Viaggio nel nostro
Islam quotidiano
 
di FURIO COLOMBO
da "La Repubblica" del 13 Aprile 2000

 


CI SONO notti in cui nessuno dorme a causa delle risse sui marciapiedi. Sirene, altoparlanti della polizia che intimano l'alt. Ci sono aggressioni improvvise per ragioni che non capisci se non vieni da un villaggio lontano e non conosci l'insulto. Un'adolescente è stata sfregiata da un getto d'acido. Era una vendetta diretta ad altri. Ma lei era in mezzo per caso.
Eppure non è per questo che vado per le strade di Porta Palazzo, quartiere di Torino gonfio di tensione e disagio, ma anche di vita. La patologia del crimine ripete con ostinazione sempre gli stessi eventi. Ma i cittadini, per primi, ti dicono che la polizia c'è. E anche il sindaco. Però rimane la paura. Cerco di vedere che cosa c'è dietro la paura e resto in attesa.
Verso sera il marciapiede si anima. Qualcuno, che sembrava un passante, appoggia sul gradino un'enorme borsa. Quando altri quattro o cinque sono arrivati in punti diversi, tutti cominciano a disporre pacchi più piccoli sul marciapiede, avvolti in carta o tela colorata.

IL TEMPO di alzare lo sguardo per vedere chi sta arrivando dall'altra parte e i due spazi davanti al portone numero sei e numero dieci di corso Giulio Cesare, a Torino, sono ormai affollati di venditori e di compratori.
Attraversare diventa impossibile. Un mini-mercato - pane, spezie, alimentari - prende vita. Gli uomini giovani sostano in piedi, decisi a difendere il territorio. Chi si affaccia alla finestra, vedi quasi solo teste anziane di pensionati, sa che non è il caso di scendere.
Una giovane donna, che torna a casa con una bambina per mano e la carrozzella, punta, cerca, scende, risale, deve di nuovo tornare in strada. La strada è un controviale dove sono parcheggiati, molto vicini gli uni agli altri, camion e furgoni che sono serviti a portare le merci più ingombranti del mercato. Risalire sul gradino, però, è impossibile. O meglio, lei dice, c'è sempre qualcuno gentile che ti difende. Ti difende da chi? Da quelli che si mettono spalla a spalla e ti dicono no con franchezza, qui no, vai da un'altra parte.
Intanto è giunta l'ora della preghiera. La moschea, in fondo al cortile del numero sei, è piccola, e i fedeli pregano nel cortile e nell'atrio, fino all'ingresso. Sui gradini delle due scale hanno disposto le scarpe. Per rispetto alla preghiera non devi farti strada tra i fedeli inginocchiati verso la Mecca. Per timore della folla, quasi tutta maschile, del mercato serale sul marciapiede, sarebbe meglio non provare a passare. Certo non con una carrozzella. "Ma come ritorno a casa?" ti domanda la giovane donna tirata per mano dalla bambina più grande, che è stanca.
Il mercato che si forma improvviso alle sei di sera è di fronte ai negozi. I negozi, su questo lato di corso Giulio Cesare, sono tutti arabi, fino al ponte sul fiume Dora.
Provi un certo stupore nel constatare qualcosa di nuovo e di diverso, rispetto a tante altre ondate di immigrazione che hai visto nel mondo. Nei negozi non sei il benvenuto. Le donne velate si spostano subito sul fondo. Vengono avanti gli uomini, come per dire: "Non è il caso".
La chiesa di San Gioacchino, parrocchia di questa parte del quartiere di Porta Palazzo, è grande. Si apre sul corso, interrompe la fila di botteghe arabe prima del ponte. Stranamente, non sembra un punto di riferimento forte quanto la massa di gente che prega sotto il portone e blocca il passaggio di entrata e di uscita dell'edificio al numero sei.

DI là dalla chiesa e dal fiume Dora c'è la scuola materna. Un avviso comunica che cominceranno le lezioni di arabo. Pensi che la civiltà cammina in fretta, e che i bambini faranno da tramite fra comunità che non si conoscono. Ma c'è una seconda parte dell'annuncio. Dice: "Solo per bambini arabi". In due righe, la Costituzione italiana viene prima affermata (il diritto all'educazione anche per i nuovi venuti) e poi negata (quel diritto non è per tutti).
Ho passato un pomeriggio in un appartamento al numero 10, dove tutti, prima, seconda e terza generazione, hanno sempre abitato qui. Parlando con loro, persone con una vita e un'esperienza tutt'altro che limitata al quartiere, mi è venuto in mente il criterio con cui, nei conflitti razziali, lo scrittore Oscar Lewis classificava i suoi interlocutori. Per l'antropologo americano esistono i "locali", che temono sempre ciò che non conoscono e dunque il nuovo venuto, e da cui puoi aspettarti la discriminazione e il gesto aggressivo della paura. E gli "internazionali". Hanno coscienza politica e sanno interpretare i nuovi eventi anche quando non sono in favore o non sono d'accordo. Hanno, in altre parole, un'idea abbastanza grande della vita per non cadere a testa bassa nel pregiudizio. È una descrizione che va bene per le persone che mi hanno accolto. Infatti non trovo pregiudizio. Però trovo il filo rosso di un disagio che a momenti diventa paura. Dicono: è difficile capire perché ci fronteggiano con atteggiamento di intransigenza e di sfida. Ci stanno dicendo che questo è il loro spazio e che non è divisibile.
Certo una simile presentazione dei fatti è la vita vista da un lato. Però il linguaggio dei corpi ha una sua verità oggettiva. Camminare a Porta Palazzo, a Torino, lungo i percorsi che ho descritto, vuol dire conoscere un fatto nuovo nella lunga catena dei fenomeni migratori. Una comunità di nuovi venuti, molto compatta, non ha alcuna intenzione di trattare forme di relazione o patti di convivenza. Sembra fisicamente esprimere un concetto non negoziabile: noi viviamo così, così va bene per noi, non c'è niente di cui discutere.
Però, perché gli arabi di Torino (sto parlando soprattutto di Magreb, di Marocco, di islamici) e certo quelli di Porta Palazzo che hanno comprato negozi, ristoranti, bar, macellerie, appartamenti, perché scelgono un percorso di sfida che porta al conflitto? Nelle molte esperienze di immigrazione che ho conosciuto, da New York a Los Angeles, ho sempre constatato l'atteggiamento opposto: i residenti sono conflittuali, i nuovi venuti sono flessibili. Cercano i contatti con la parte viva e aperta del quartiere. Hanno interesse a tenere aperto il canale della comunicazione. I ragionevoli costruiscono con i ragionevoli nuovi modi di vita insieme, che sono un po' diversi per tutti. Ciascuno perde qualcosa. Ma nessuna delle due parti chiede all'altra di perdere tutto.

AL Centro Peirone, di via Barbaroux, un gruppo cattolico di Torino che studia gli aspetti e i drammi dell'immigrazione e pubblica la rivista Al Biwar (Il dialogo) mi hanno fatto vedere in videocassetta la dichiarazione di un Iman di Torino che presiede la moschea di corso Giulio Cesare. L'Iman dice, in tono gentile, che il Corano è inflessibile, che l'islamismo è tutto, vita quotidiana, vita religiosa, vita politica. Non può adattarsi a niente, non nelle pratiche, non nei costumi, non nei riti. Donne velate, preghiere in arabo, nessuna concessione a nessuno.
Ha scritto don Tino Negri, sulla rivista Al Biwar: "Stiamo assistendo a una strumentalizzazione della religione, l'Islam, per finalità personali e di gruppo, per fini pseudo-religiosi. Ma vi è forse qualcosa di più. La lezione che si può ricavare da tutta la vicenda è la confusione di ambiti e di problemi, che alcuni musulmani stanno provocando. Intendono imporre in Italia una linea anti-occidentale e conservatrice che ha il suo cavallo di battaglia nell'uso politico della religione islamica".
Dalla conversazione con don Negri e con monsignor Peradotto, che è stato per anni il punto più alto dell'organizzazione della curia torinese e il messaggero più sollecito e sensibile ai problemi della nuova immigrazione, capisco che il "salto di corsia" (dalla religione alla politica) è una spiegazione della tensione che nei quartieri si percepisce con disorientamento e con legittima ansia.
Dice infatti don Negri: "Ci sentiamo di dare un umile suggerimento alle istituzioni e alle amministrazioni locali. Oltre a promuovere l'educazione multiculturale e l'apprezzamento delle altre culture, è urgente attuare progetti e iniziative finalizzati a promuovere una conoscenza articolata e corretta dei contenuti fondamentali del patto civile che sta alla base della società e dello Stato italiano. È un "nocciolo duro" a cui devono aderire tutti coloro che desiderano vivere in Italia, indipendentemente dalla religione o cultura a cui appartengono". Da un centro religioso viene l'ammonimento a non confondere e a non usare strumenti e valori diversi, sovrapponendoli in una contrapposizione che ha un fine politico e non religioso. È un percorso che anche i politici farebbero bene a conoscere e ad analizzare con cura.