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il manifesto 2011.12.03 - 12 VISIONI
Mostre «L'invenzione del selvaggio» al Quai du Branly di Parigi, in una grande rassegna scientifica curata da Pascal Blanchard e dall'ex calciatore Lilian Thuram
La storia infinita degli zoo umani
APERTURA - Anna Maria Merlo
PARIGI
PARIGI
APERTURA - Anna Maria Merlo - PARIGI
Dopo le esposizioni coloniali c'è stata la segregazione razziale in America e in Africa l'Apartheid
«L'occidente ha inventato il 'selvaggio'. È stato un immenso spettacolo, con le sue comparse, scenografie, impresari, drammi e incredibili racconti. È una storia dimenticata, che tuttavia è stata all'incrocio tra la storia coloniale, la storia della scienza e quella del mondo dello spettacolo e delle grandiose esposizioni universali che hanno foggiato le relazioni internazionali per più di un secolo, dal 1851 al 1958». Così Pascal Blanchard, curatore scientifico, spiega l'oggetto della mostra Esibizioni, l'invenzione del selvaggio, che si è appena aperta al Musée du Quai Branly (fino al 3 giugno). L'idea di dedicare un'esposizione agli «zoo umani» è dell'ex calciatore Lilian Thuram, che è tra i curatori.
Per il campione del mondo del '98, la conoscenza di questo fenomeno, iniziato dopo la scoperta dell'America ma che si è intensificato in modo esponenziale nell'800, attirando complessivamente quasi un miliardo e mezzo di spettatori nel mondo occidentale, permette «di capire, in maniera più approfondita, perché alcuni pensieri razzisti esistono ancora nelle nostre società». L'idea gli è venuta quando ha scoperto che nel '31, al Giardino zoologico di Parigi, i bisnonni del suo collega Christian Karembeu erano stati esibiti come animali.
La mostra, che presenta circa 600 oggetti tra statue, quadri, manifesti, film, è organizzata attraverso una successione di scene, come a teatro, per raccontare un fenomeno che ha coinvolto, dal 1800 al 1940, più di 35mila «comparse». La storia inizia con il ritorno di Cristoforo Colombo dal primo viaggio in America. «È tornato con sei indios tra i suoi bagagli, come prova del suo exploit» spiega l'altra curatrice scientifica, Nanette Jacomijn Snoep. Fino all'800, il fenomeno esiste, ma limitato: ci saranno gli indiani Tupinamba che sfilano davanti a Enrico II a Rouen nel 1550, il celebre tahitiano Omaï presentato alla corte d'Inghilterra nel 1774 o i ritratti degli ambasciatori di Siam e di Persia, che circolavano nelle corti come oggetti di curiosità. L'Altro è il «selvaggio» venuto da lontano, ma anche il «mostro», l'anomalia fisica. Il fenomeno esplode tra il 1850 e il 1930 e diventa il luogo di legittimazione della superiorità dell'occidente in piena espansione coloniale. All'inizio dell'Ottocento, l'esibizione del «selvaggio» si democratizza, in fiere e circhi. Saartje Baartman, la «Venere ottentotta» apre questa triste sfilata, esibita a Londra e a Parigi tra il 1810 e il 1815.
L'Ottocento positivista costruisce le «razze» e cerca definizioni scientifiche della differenza, mentre le popolazioni sono attratte dallo show dell'Altro. Lo spettacolo del selvaggio nasce grandioso negli Usa, con i circhi Barnum e Bailey: Barnum, a Manhattan, mette in scena i freaks, di cui fanno parte i fratelli siamesi Chang e Eng, i giovani messicani microcefali chiamati «gli ultimi aztechi», Krao, l'anello mancante, un essere umano che soffriva di irsutismo eccessivo o l'afro-americano handicappato che è presentato dai manifesti dello «spettacolo» sotto il titolo che lo riduce a cosa: «What is it?». Gli indiani d'America sono la popolazione più esibita al mondo, Wild West Story di Buffalo Bill fa il giro del mondo, con Sitting Bull e Geronimo.
Nell'ultimo terzo dell'Ottocento avviene una svolta: dalla devianza individuale, si passa alla devianza collettiva. I «selvaggi», gli zulu esposti a Londra o gli aborigeni a Parigi, sono l'esempio di tutto un popolo «deviante» (che, a volte, sono anche di casa nostra, come gli irlandesi per gli inglesi o i bretoni per i parigini, esibiti anch'essi come un fenomeno da baraccone). Paradossalmente, in questo periodo l'esibizione si professionalizza, non solo dal lato degli impresari, ma anche da quello degli «attori», che spesso vengono remunerati. L'artista esotico trova uno spazio: Rodin e Degas sono affascinati dal clown cubano Chocolat, Joséphine Baker si impone.
La parte più impressionante della mostra riguarda gli «zoo umani». Dall'ultimo terzo dell'Ottocento fino al 1930, esposizioni universali, coloniali e i giardini zoologici offrono a un ampio pubblico lo spettacolo dei selvaggi. La coppia animale-selvaggio era nata nel 1820, quando il pacha d'Egitto aveva regalato tre giraffe all'Europa, esibite a Parigi, Londra e Vienna, assieme ai loro accompagnatori umani (che interessano più delle giraffe). Nascono i «villaggi itineranti», sul modello dell'idea avuta da Carl Hagenbeck, direttore dello zoo di Amburgo. Alcuni paesi, come la Russia e il Giappone, rifiutano che i loro cittadini figurino in questi show, mostrando di voler appartenere all'«occidente».
Il fenomeno dell'esibizione del selvaggio è tipicamente occidentale. In questo modo il razzismo si è insinuato come una forma mentis, attraverso il divertimento. L'ultima esibizione di questo tipo ha avuto luogo a Bruxelles nel 1958, quando già l'Africa entrava nell'era delle indipendenze (si sollevarono allora forti critiche, che obbligarono gli organizzatori a chiudere i «villaggi congolesi»). Negli anni Trenta, il cinema ha occupato l'immaginario deli occidentali, mentre il potere vuole ormai dare l'idea di colonie abitate da «indigeni pacificati» da cui arrivano «immigrati esotici». La mostra si chiude con un lavoro del video-artista Vincent Elka, scelto da Thuram perché, lasciando la parola a popolazioni oggi stigmatizzate, evidenzia come «l'anormalità giustifichi ancora oggi delle messe sotto accusa per eresia e delle messe all'indice di un'altra epoca». Dopo la chiusura degli «zoo umani» con la fine delle esposizioni coloniali, aggiunge Thuram «c'è stata la segregazione negli Usa e, trent'anni dopo, l'apartheid in Sudafrica. La storia non è finita».
Per il campione del mondo del '98, la conoscenza di questo fenomeno, iniziato dopo la scoperta dell'America ma che si è intensificato in modo esponenziale nell'800, attirando complessivamente quasi un miliardo e mezzo di spettatori nel mondo occidentale, permette «di capire, in maniera più approfondita, perché alcuni pensieri razzisti esistono ancora nelle nostre società». L'idea gli è venuta quando ha scoperto che nel '31, al Giardino zoologico di Parigi, i bisnonni del suo collega Christian Karembeu erano stati esibiti come animali.
La mostra, che presenta circa 600 oggetti tra statue, quadri, manifesti, film, è organizzata attraverso una successione di scene, come a teatro, per raccontare un fenomeno che ha coinvolto, dal 1800 al 1940, più di 35mila «comparse». La storia inizia con il ritorno di Cristoforo Colombo dal primo viaggio in America. «È tornato con sei indios tra i suoi bagagli, come prova del suo exploit» spiega l'altra curatrice scientifica, Nanette Jacomijn Snoep. Fino all'800, il fenomeno esiste, ma limitato: ci saranno gli indiani Tupinamba che sfilano davanti a Enrico II a Rouen nel 1550, il celebre tahitiano Omaï presentato alla corte d'Inghilterra nel 1774 o i ritratti degli ambasciatori di Siam e di Persia, che circolavano nelle corti come oggetti di curiosità. L'Altro è il «selvaggio» venuto da lontano, ma anche il «mostro», l'anomalia fisica. Il fenomeno esplode tra il 1850 e il 1930 e diventa il luogo di legittimazione della superiorità dell'occidente in piena espansione coloniale. All'inizio dell'Ottocento, l'esibizione del «selvaggio» si democratizza, in fiere e circhi. Saartje Baartman, la «Venere ottentotta» apre questa triste sfilata, esibita a Londra e a Parigi tra il 1810 e il 1815.
L'Ottocento positivista costruisce le «razze» e cerca definizioni scientifiche della differenza, mentre le popolazioni sono attratte dallo show dell'Altro. Lo spettacolo del selvaggio nasce grandioso negli Usa, con i circhi Barnum e Bailey: Barnum, a Manhattan, mette in scena i freaks, di cui fanno parte i fratelli siamesi Chang e Eng, i giovani messicani microcefali chiamati «gli ultimi aztechi», Krao, l'anello mancante, un essere umano che soffriva di irsutismo eccessivo o l'afro-americano handicappato che è presentato dai manifesti dello «spettacolo» sotto il titolo che lo riduce a cosa: «What is it?». Gli indiani d'America sono la popolazione più esibita al mondo, Wild West Story di Buffalo Bill fa il giro del mondo, con Sitting Bull e Geronimo.
Nell'ultimo terzo dell'Ottocento avviene una svolta: dalla devianza individuale, si passa alla devianza collettiva. I «selvaggi», gli zulu esposti a Londra o gli aborigeni a Parigi, sono l'esempio di tutto un popolo «deviante» (che, a volte, sono anche di casa nostra, come gli irlandesi per gli inglesi o i bretoni per i parigini, esibiti anch'essi come un fenomeno da baraccone). Paradossalmente, in questo periodo l'esibizione si professionalizza, non solo dal lato degli impresari, ma anche da quello degli «attori», che spesso vengono remunerati. L'artista esotico trova uno spazio: Rodin e Degas sono affascinati dal clown cubano Chocolat, Joséphine Baker si impone.
La parte più impressionante della mostra riguarda gli «zoo umani». Dall'ultimo terzo dell'Ottocento fino al 1930, esposizioni universali, coloniali e i giardini zoologici offrono a un ampio pubblico lo spettacolo dei selvaggi. La coppia animale-selvaggio era nata nel 1820, quando il pacha d'Egitto aveva regalato tre giraffe all'Europa, esibite a Parigi, Londra e Vienna, assieme ai loro accompagnatori umani (che interessano più delle giraffe). Nascono i «villaggi itineranti», sul modello dell'idea avuta da Carl Hagenbeck, direttore dello zoo di Amburgo. Alcuni paesi, come la Russia e il Giappone, rifiutano che i loro cittadini figurino in questi show, mostrando di voler appartenere all'«occidente».
Il fenomeno dell'esibizione del selvaggio è tipicamente occidentale. In questo modo il razzismo si è insinuato come una forma mentis, attraverso il divertimento. L'ultima esibizione di questo tipo ha avuto luogo a Bruxelles nel 1958, quando già l'Africa entrava nell'era delle indipendenze (si sollevarono allora forti critiche, che obbligarono gli organizzatori a chiudere i «villaggi congolesi»). Negli anni Trenta, il cinema ha occupato l'immaginario deli occidentali, mentre il potere vuole ormai dare l'idea di colonie abitate da «indigeni pacificati» da cui arrivano «immigrati esotici». La mostra si chiude con un lavoro del video-artista Vincent Elka, scelto da Thuram perché, lasciando la parola a popolazioni oggi stigmatizzate, evidenzia come «l'anormalità giustifichi ancora oggi delle messe sotto accusa per eresia e delle messe all'indice di un'altra epoca». Dopo la chiusura degli «zoo umani» con la fine delle esposizioni coloniali, aggiunge Thuram «c'è stata la segregazione negli Usa e, trent'anni dopo, l'apartheid in Sudafrica. La storia non è finita».
j. edgar hoover
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I greci nel tritacarne
Sotto la pressione dei mercati finanziari e dei loro intermediari politici, alcune società del continente cominciano a sfasciarsi, come in Grecia. Nonostante le esortazioni a «correggere gli eccessi del sistema», tutti avvertono la fine di un ciclo.
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