martedì 07 giugno 2011
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08 INTERNAZIONALE
2011.05.25
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APERTURA
di Anna Maria Merlo - PARIGI
MIGRANTI
Con le frontiere chiuse non si cresce
Uno studio dell'istituto Ipemed, think tank che opera per il riavvicinamento delle due sponde del Mediterraneo Perché bloccare l'immigrazione reca un forte danno all'economia dei paesi europei
Paura dell'«invasione», modifiche a Schengen, ipotesi di reintroduzione dei visti in caso di emergenza, tensioni tra paesi europei che si scaricano l'un l'altro il «fardello» dell'immigrazione. L'Europa si chiude, poco per volta, per non accogliere «tutta la miseria del mondo». In Francia, con l'avvicinarsi delle presidenziali del 2012, l'immigrazione torna in primo piano: il ministro degli interni, Claude Guéant, in passato direttore generale della polizia, ha affermato nel week end che, «è inesatto dire: abbiamo bisogno dei talenti, delle competenze» degli immigrati. François Copé, segretario dell'Ump, ha annunciato ieri che a giugno il partito di Sarkozy riunirà una convenzione sull'immigrazione. Per il portavoce del governo, François Baroin, un calo dell'immigrazione è semplice «buon senso» in questo periodo di crisi.
Uno studio appena pubblicato dell'istituto Ipemed, un think tank che opera per il riavvicinamento delle due sponde del Mediterraneo e che si interessa in particolare ai settori dell'agricoltura, dell'energia, dell'acqua, delle banche, aiuta a smentire gran parte di questi luoghi comuni. «Passare dalle migrazioni alle mobilità», curato dal geografo Pierre Beckouche e dal demografo Hervé Le Brs, parte dalla constatazione che gli uomini, nel Mediterraneo, circolano molto meno facilmente delle merci e dei capitali. Ne risulta un forte danno per l'economia europea. «L'assenza di un sistema produttivo transmediterraneo è una grande debolezza della regione euro-mediterranea rispetto alle due altre grandi regioni Nord-Sud, il Nafta e l'Asean+3», scrive Beckouche.
Secondo questo studio, l'Europa sta perdendo il treno della competizione internazionale perché non favorisce la mobilità tra le due sponde del Mediterraneo. Ormai, molti diplomati della riva sud preferiscono emigrare in America del nord o nei paesi del Golfo, invece di scegliere l'Europa. La mobilità significa permettere alle persone di andare e venire, mentre con la chiusura delle frontiere, ricorda Le Bras, si è favorita l'immigrazione stabile (è difficile e caro venire, non c'è più possibilità di andarsene). «Trascuriamo il fatto che lo sviluppo di Bengalore, la Silicon Valley indiana - sostiene Beckouche - è stato possibile solo grazie all'emigrazione di giovani ingegneri indiani verso la Silicon Valley californiana e poi al loro rientro nel paese d'origine».
Le popolazioni delle due sponde del Mediterraneo convergono ormai nella demografia e nelle abitudini, ricorda Le Bras. Le migrazioni restano modeste in termini quantitativi, se paragonate a quelle dell'inizio del XX secolo o dell'immediato secondo dopoguerra. Nessuna invasione all'orizzonte (salvo nell'ipotesi, che nessuno fa, di un nuovo grosso boom economico): le migrazioni sono il parente povero della mondializzazione (10% della popolazione dei paesi Ocse, mentre le esportazioni rappresentano il 27% del pil mondiale). Gli immigrati che arrivano sono in media più scolarizzati della popolazione autoctona. Sono quindi una risorsa, sulla quale è già in corso una competizione internazionale, che l'Europa sta perdendo.
C'era stata paura di un'«invasione» anche con l'allargamento a est dell'Ue. I dati hanno ampiamente smentito questa previsione, ed è stata proprio la mobilità all'interno dell'Unione europea che ha permesso alle persone di andare e venire. I dati tedeschi dicono che, rispetto alla Turchia, si è ormai stabilito un equilibrio, con i due terzi di emigrati turchi che rientrano nel paese d'origine rispetto a quanti ne arrivino. Guéant vuole oggi ridurre l'immigrazione di lavoro in Francia (che riguarda oggi 20mila persone l'anno, cioè il 10% dei 200mila permessi di soggiorno concessi ogni anno in Francia, dove il 60% è dato a studenti, destinati a rientrare alla fine degli studi).
Nel 2009, l'80% dei 20mila immigrati extra comunitari per lavoro è venuto in Francia per occupare posti di quadro dirigente, ingegnere o tecnico (solo il 16% è operaio). L'immigrazione in Francia, secondo un recente studio dell'università Lille 2, è un «buon affare» per il paese: «costa» 48 miliardi in aiuti sociali, ma versa 60 miliardi in tasse e contributi.
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