martedì 13 aprile 2010
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12 CULTURA & VISIONI
07.04.2010
  • TAGLIO MEDIO   |   di Enrica Rigo
    INDAGINI - Un libro di Francesco Vietti sulle badanti in Italia
    Migrazioni di cura nel mondo globale
    LIBRI: FRANCESCO VIETTI, IL PAESE DELLE BADANTI, MELTEMI, PP. 238, EURO 20

    Il termine badante, osserva Francesco Vietti in un capitolo del volume Il paese delle badanti, è entrato a far parte del lessico comune verso la fine degli anni Novanta. Ma chi sono davvero, e che lavoro fanno le badanti? «Un lavoro come un altro?» si chiedeva quasi dieci anni fa Bridget Anderson in un libro curato da Barbara Ehrenreich e Arlie Russel Hochschild e intitolato alle Donne globali (Feltrinelli 2004), nel quale tate, colf e lavoratrici del sesso venivano indicate come coloro alle quali è affidato il compito di colmare il «deficit di cura» dei paesi ricchi (la categoria delle sex workers sparisce significativamente dal sottotitolo dell'edizione italiana per essere sostituta con quella delle badanti). Una vulgata assai in voga si affretterebbe a rispondere che le badanti sono lavoratrici migranti che svolgono mansioni ormai prive di attrattiva per il mercato del lavoro autoctono; quasi si trattasse di un lavoro sempre esistito nelle medesime forme organizzative e rispetto al quale le lavoratrici migranti hanno preso il posto di cameriere e governanti ormai fuori moda. Al contrario, la bella indagine di Vietti non presta certo il fianco a semplificazioni, e mostra piuttosto come il lavoro delle badanti sia segnato e si riorganizzi continuamente attorno ai confini globali preposti al controllo dei movimenti umani.
    Il tema dei confini è sicuramente uno dei fili conduttori della ricerca etnografica che ha condotto Vietti da Torino alla Moldavia, paese di provenienza di molte lavoratrici domestiche presenti in Italia e dove il «contingente dei migranti» (composto dal numero dei lavoratori all'estero, da quelli presenti nel paese ma emigrati almeno una volta nel corso dell'anno e da quelli pronti a partire) ha raggiunto, negli ultimi anni, fino al 47 per cento della popolazione economicamente attiva. È attorno ai confini e alle politiche dei visti che si strutturano, per esempio, le «turnazioni» con le quali le badanti si dividono il lavoro di cura, sostituendosi a vicenda per consentire il ritorno a casa ogni tre mesi alla scadenza del visto. Confini che plasmano non solo le relazioni instaurate in Italia, ma anche quelle affettive e familiari lasciate nel paese di origine, dove l'emigrazione femminile di massa ha dato luogo a fenomeni di vero e proprio care drain con la conseguente impennata del numero dei «bambini lasciati indietro», come vengono ormai chiamati i figli di uno o entrambi i genitori migranti. E ancora, è sempre attorno alla politica dei visti imposta dall'allargamento dell'Unione Europea che si articolano le strategie dei viaggi, così come i nuovi fenomeni di passing che hanno indotto molti migranti moldavi ad acquisire la cittadinanza romena o bulgara per beneficiare di uno status più favorevole nell'attraversamento dei confini Schenghen. Un fenomeno, questo, che per chi vive in paesi di frontiera coinvolge molteplici aspetti dell'organizzazione quotidiana della propria esistenza, come illustra efficacemente la frase della direttrice di un liceo di Ungheni quando afferma che «se la Moldavia non può diventare europea, non è detto che lo stesso valga per noi cittadini!».
    Oltre a fornire un esempio di come la tradizione empirica della ricerca qualitativa colga aspetti impossibili da tradurre in aggregazioni di dati, il libro di Vietti è anche un piacevole resoconto di viaggio. Sicuramente il viaggio dei pulmini «autorganizzati» che solcano i confini dell'Europa trasportando - insieme alle persone - rimesse, lettere, pacchi e elettrodomestici, e i cui autisti diventano veri e propri «corrieri del transnazionalismo»: un lavoro organizzato, anche in questo caso, attorno ai confini imposti alla mobilità umana, e caratterizzato dall'essenzialità dei rapporti di fiducia. Ma quello di Vietti è anche un viaggio nelle relazioni: di cura, familiari, generazionali, affettive e soprattutto di genere. Salvo pochi casi, le badanti sono donne. E, in particolare quelle provenienti dall'est Europa, sono spesso anche mogli di mariti «in attesa», il cui stipendio è fino a dieci volte inferiore a quello delle mogli, o di mariti «al seguito», che dopo un certo tempo si sono uniti, non sempre con successo, al loro progetto migratorio.
    Quello delle badanti non è, insomma, un lavoro come un altro, e la sua organizzazione diviene comprensibile solo scavando in profondità «gli effetti delle migrazioni di cura nel mondo globale». L'Italia è il paese delle badanti, perché è il paese dove proprio alle badanti sono stati riservati, negli ultimi anni, regimi giuridici e simbolici speciali. A partire dalla regolarizzazione legata all'entrata in vigore delle legge Bossi-Fini, che prevedeva colori differenziati per i moduli delle procedure amministrative: rosa per le badanti e azzurri per gli altri lavoratori. Fino alla regolarizzazione del settembre 2009, riservata esclusivamente alle rassicuranti braccia da lavoro del lavoro di cura.
    Un atteggiamento che, come osserva Vietti, nasconde «l'ombra di un "doppio" negativo inquietante»: la badante è una lavoratrice disposta al sacrificio e di cui abbiamo bisogno perché senza di lei «la nostra famiglia non andrebbe avanti»; ma questa immagine rassicurante evidenzia, altresì, relazioni asimmetriche di potere. Un «doppio negativo» tipico di un atteggiamento che traduce i rapporti sociali in rapporti di razza, e che in Italia è ormai divenuto istituzione.
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