giovedì 25 marzo 2010
ARCHIVIO NOTIZIE
13 CULTURA & VISIONI
21.03.2010
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APERTURA
| di Ida Dominijanni
Riace, il piccolo afghano che non voleva la fiction
Il regista WimWenders a Roma per il suo «Il volo»
«Viviamo circondati dalla fantasy, nella cultura cinematografica e nella vita quotidiana. Si dà per scontato che un film sia fantasy, e il 3Dalimenta la tendenza alla fantasy...».Ma ci sono circostanze in cui la realtà supera la fantasia, e gli attori della vita reale surclassano la migliore interpretazione che può darne un attore professionista. Il volo, l'ultima creatura diWim Wenders, racconta - più propriamente, mette in scena - una di queste circostanze. Scilla, estate 2009. Wenders gira il suo corto di dieci minuti sui primi sbarchi di curdi in Calabria del 1997, quando l'allora sindaco di Soverato organizzò un'accoglienza esemplare e l'allora sindaco di Badolato aprì ai profughi le case del suo paese svuotato dall'emigrazione ridandogli così una seconda vita: una storia che fece il giro d'Europa e che il regista tedesco ha deciso dieci anni dopo di filmare, su soggetto di Eugenio Melloni. Fin qui siamo ancora alla fantasy: la nave carica di profughi che frange lo Jonio come quella di Ulisse, Luca Zingaretti nella parte del prefetto che chiede i documenti sulla spiaggia riparandosi dal sole con un ombrello, Ben Gazzarra nella parte del sindaco di Badolato che dalle poltrone di broccato dell'antico palazzo del Comune affida la sua proposta, tanto impensabile che giù in spiaggia nessuno ci crede, all'unico ragazzino rimasto nel paese spopolato (Salvatore Fiore), velocissimo a volare su e giù per le scalinate scoscese pur di convincere il prefetto che il sindaco non scherza. Sarebbe già perfetto così, il corto, con quella scenametafisica sulla spiaggia, il ragazzino-messaggero (c'è sempre un angelo nei film di Wenders), la saggezza del vecchio sindaco che ha vissuto in Nord Europa da emigrato e sulla globalizzazione ha la vista lunga, la sua trovata finale di volantinare il benvenuto ai profughi e uno dei kurdi che allarga le braccia citando una scena dal Titanic...Ma a questo punto la realtà irrompe sulla fantasy, il regista resta spiazzato, ci pensa su insonne un'intera notte e cambia tutto. E' accaduto che uno dei piccoli attori, Ramadullah, afgano, 8 anni, ingaggiato nella comunità di immigrati che vive in un altro paese della costa, a Riace, un giorno dice al regista che non gli sembra giusto farsi ogni giorno tre ore di corriera per arrivare sul set a girare la fiction senza che Wenders sia mani andato a Riace a vedere com'è la sua vita vera... «Fui preso letteralmente dalla disperazione - raccontaWenders- : come potevo fare un film sui rifugiati, senza coinvolgerli in prima persona?»
Cambio di genere, di tempi, di stagione. Il corpo di dieci minuti diventa un doc-film di trentadue. O forse un diario, perché il regista diventa attore, voce narrante, testimone. Resta - primodocfilm italiano - il 3D, «che dev'essere una porta aperta non solo per fare cassetta coi pianeti lontani, ma per entraremeglio nella realtà». Stavolta si gira a Riace, in autunno, con un'altra luce, anch'essa più vera della solarità estiva, sulle rocche arrampicate in collina e degli squarci sul mare. Riace è il comune che, con Caulonia, ha dato vita al primo esperimento europeo di resettlement, ovvero di ospitalità organizzata, dei profughi (i lettori del manifesto sono stati i primi a scoprirne la storia, come pure quella di Badolato). Nel film è Mimmo Lucano, il sindaco che se l'è inventato, a raccontarlo. Il resto è affidato alle immagine dei laboratori di artigianato riaperti, delle scuole dove i bambini comunicano fra loro in tutte le loro lingue, delle case ripopolate da afgani, serbi, dai palestinesi che arrivano proprio durrante le riprese del film. Lo stesso Ramadullah racconta la sua storia, più efficace dimille reportage di guerra: quando i taliban armarono i suoi familiari contro gli americani, quando una bomba scoppiò a casa sua e c'era sangue dappertutto, e non si seppe più nulla di suo padre...
«La vera utopia non è la caduta del Muro, è quello che sta accadendo in Calabria, a Riace»: così Wenders a novembre scorso al summit dei premi Nobel per la pace davanti al Rathaus di Berlino. Non c'era stata ancora Rosarno, che da Riace dista solo una sessantina di chilometri sull'altra costa, ma un evento non cancella l'altro, «resto fermamente convinto che ciò che è accaduto a Rosarno non toglie nulla a Riace», conferma ora il regista citando i quartieri di Berlino dove la convivenza con gli immigrati funziona e quelli dove non funziona affatto. Aggiunge il presidente della Regione Calabria Agazio Loiero - che il film l'ha co-prodotto (con la Calabria film Commission e la Technos) e che può vantare una legge sull'accoglienza ai rifugiati e ai richiedenti asilo finora unica in Italia - che il laboratorio di Riace dimostra che dell'immigrazione si può fare una risorsa e non un problema. Questo è il messaggio politico. Moltiplicato da quello estetico. Il volo non restituisce solo «l'altra immagine» della Calabria, quella che i media nascondono sotto il serial della 'ndrangheta. Ne afferra l'animae l'energia, con quella capacità magica di cogliere «il senso dei luoghi» e di farsene a sua volta afferrare che solo il tocco di Wim Wenders possiede (ne parla Vito Teti, nel piccolo libro sul film edito da Donzelli). La musica di Gianfranco Borgatti, sintesi di suoni del Sud, ci mette il resto.
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