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il manifesto - 03 Luglio 2003 SOCIETĄ pagina 09
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pag.09

L'Italia dei profughi sospesi
MASSIMO GIANNETTI
BARI
 
MIGRANTI
Deportazioni australiane
 
175 milioni di persone in movimento
CINZIA GUBBINI
ROMA
 
 

apertura

L'Italia dei profughi sospesi
Ostaggi dell'Armata Brancaleone del governo, e delle sue incertezze, tra Foggia, Bari e Crotone migliaia di richiedenti asilo vivono in balia di decisioni contradditorie sul loro destino. Questure e Commissione centrale gestiscono ogni centro in modo diverso, secondo opportunità del momento
MASSIMO GIANNETTI
BARI
Alì Hilowe è un giovane somalo sfuggito alla morte per miracolo. Ha una gamba maciullata dai proiettili, ricucita alla meglio, ma nonostante cammini con le stampelle il mese scorso è riuscito a scappare dal suo paese in guerra. E' uno dei tremila «invasori» di giugno, il cui sbarco sulle coste siciliane ha mandato in crisi, ridicolizzandola, l'«armata Brancaleone» che governa l'Italia (per usare le parole di un autorevole esponente della stessa maggioranza di governo). Alì, 27 anni, da alcuni giorni è ospite nel campo di accoglienza di Bari Palese, dove è stato trasferito con altre 690 persone, soprattutto africane. La sua storia - ci racconta di essere stato vittima a Mogadiscio di un attentato militare in cui sono morte decine di persone della sua stessa etnia - è, se vogliamo, l'emblema delle mille tragedie approdate in questi giorni torridi nei campi profughi sparsi nel sud. I principali sono tre: due in Puglia e uno in Calabria, tutti allestiti in ex aeroporti militari, lontani decine di chilometri dai centri abitati. Ed è qui, tra Bari, Foggia e Crotone che in teoria dovrebbe cominciare la loro seconda vita, sono tutti richiedenti asilo.

In realtà, le cose sono assai più complicate e il loro destino, almeno per molti, è sospeso, incerto. La gestione dei campi è infatti caotica. Le questure non sanno bene cosa fare, quali procedure seguire, quali normative applicare, in particolare per la concessione dello status di rifugiato. In certi casi viene applicata la vecchia legge Martelli, in altri viene anticipata la Bossi-Fini, benché la nuova normativa non sia ancora attuabile formalmente. «Il risultato è una situazione ibrida», dicono i volontari di Medici senza frontiere, in missione nei vari campi profughi e nei Cpt italiani. Ma vediamo come viene decisa, campo per campo, la sorte dei richiedenti asilo, cominciando proprio da Bari Palese, ritenuto anche dalle associazioni il più «aperto» alle visite esterne.

I funzionari della prefettura ai quali chiediamo di entrare si mostrano effettivamente gentili: «Stiamo facendo di tutto per alleviare le sofferenze di questa gente» - spiega il responsabile del campo Sebastiano Giangrande, guidandoci nella roulottopoli che si estende lungo la pista di atterraggio dell'ex aeroporto militare. «Certo, la struttura è quella che è, un luogo di emergenza che rimane chiuso molti mesi dell'anno, però a loro non sembra neanche vero avere un pasto caldo al giorno. Nei paesi da cui provengono non se lo sognano nemmeno. Quando sono arrivati erano in condizione pietose, senza scarpe né vestiti. Adesso invece sono sereni».

Per la verità, non tutti gli ospiti di Bari Palese sono tranquilli. Decisamente preoccupati sono i 91 pakistani rimasti ancora nel campo. Temono infatti di essere espulsi così come è accaduto a ottanta loro connazionali (chiedendo asilo avevano dichiarato di provenire dalla regione del Kashmir) caricati la scorsa settimana, senza motivazioni ufficiali, su un aereo militare e trasferiti nei centri di permanenza temporanea di Roma e Milano in attesa di espulsione, dove protestano digiunando. «Di queste espulsioni non sappiamo nulla - replica Giangrande - noi come prefettura ci occupiamo soltanto dell'aspetto logistico del campo, e non ci permettiamo di commentare decisioni che spettano alla questura. Se sono stati espulsi, ma è una mia supposizione, è perché la commissione centrale non li ha trovati in possesso dei requisiti per accogliere le loro richiesta di asilo. Questa è almeno la procedura che solitamente viene seguita».

La commissione centrale per lo status di rifugiato è scesa nel cuore dell'«emergenza» nei giorni in cui a Roma il ministro delle riforme Bossi sparava cannonate contro il ministro dell'interno Pisanu accusandolo di essere troppo caritatevole con gli immigrati. Il sospetto è che gli ottanta pakistani - sono stati espulsi sotto i riflettori delle televisioni avvertite con largo anticipo dell'evento - siano stati appunto vittime sacrificali dello scontro governativo tra leghisti e moderati. «Altrimenti - fanno notare l'Arci e le altre associazioni baresi - come si spiega il fatto che nel campo di Borgo Mezzanone ad altri pakistani sia stato concesso il permesso provvisorio per richiesta di asilo?». Una contraddizione che la dice lunga. E' la conferma forse che i campi profughi in queste settimane siano davvero delle terre di nessuno, «vittime essi stessi dell'andamento politico giornaliero», come dice Giancluca Nigro, del Consorzio italiano di solidarietà pugliese.

A Bari la commissione, il gruppo di funzionari del Viminale che decide la sorte dei disperati, tornerà in questi giorni per completare i colloqui con i richiedenti asilo. Intanto avrebbe deciso di concedere permessi umanitari di un anno ai circa trecento profughi somali presenti nel campo. Per gli altri è tutto fermo.

A Borgo Mezzanone, un'altra distesa di roulottes nel deserto pugliese, tra Foggia e Manfredonia, invece la commissione non si è mai recata. Le decisioni qui le prende direttamente la questura locale in base alle indicazioni del ministero dell'interno. «Nel giro di due-tre giorni daremo permessi a tutti. Che altro dobbiamo fare?» - dice allargando le braccia il re-sponsabile dell'ufficio immigrazione, trasferito per l'occasione nel campo di accoglienza. I richiedenti asilo sono circa 600, in maggioranza giovani dai venti ai trent'anni provenienti anch'essi soprattutto dall'Africa - Somalia, Ghana, Nigeria, Liberia, Etiopia, Sierra Leone, Eritrea, Etiopia, Mali, Sudan, Congo, Libia - ma anche asiatici, presunti palestinesi e iracheni.

L'assistenza è affidata alla Croce rossa, presente anche nelle altre strutture, ma da sola non riesce a garantire ciò di cui hanno bisogno i profughi, tra quali anche donne incinte, bambini e neonati. Un aiuto che in certi casi è importantissimo lo danno anche qui le associazioni esterne, la Croce blu per l'aspetto medico infermieristico, l'Ics per l'orientamento e la collocazione in strutture di seconda accoglienza delle persone più in difficoltà. Tra questi un signore fuggito dal Sudan con moglie e sei figli, tutti minori. Vorrebbero rimanere ancora nel campo, ma, come si diceva, l'ordine impartito da Roma per Borgo Mezzanone sarebbe quello di sfoltire la struttura nel più breve tempo possibile per far fronte ad altri eventuali sbarchi. Ecco perché in una settimana, caso unico, sono già stati consegnati permessi a buona parte degli ospiti del campo. La durata è di sei mesi, poi si vedrà. Per agevolare le uscite è stata ripristinata anche l'erogazione dei fondi economici previsti dalla legge Martelli per i richiedenti asilo: un contributo di circa 800 euro a testa per 45 giorni, contributo che però cesserà dal momento in cui entrerà in vigore la Bossi-Fini.

Il Sant'Anna di Crotone è il campo profughi più grande: ci sono attualmente 1200 persone, 500 delle quali già ascoltare dalla commissione inviata dal Viminale. Entrare non è facile. E infatti rimaniano fuori, perché «intralciamo il già difficile lavoro che sta svolgendo la commissione centrale», è la risposta della prefettura alla nostra richiesta di visitare il campo. Neanche i volontari - qui tra gli esterni fissi c'è il Consiglio italiano rifugiati, Cir - riescono a sapere quante domande di asilo siano state riconosciute: «Nessuno ci dice niente, l'informazione è zero». Sembra comunque che la procedura adottata sia mista: permessi provvisori con contributi economici per i richiedenti asilo e protezione umanitaria per chi, come nel caso dei somali di Bari, dimostrano di essere fuggiti dal proprio paese a causa della guerra civile. Allo stato l'avrebbero però ottenuta soltanto poche persone.

Quanto all'assistenza sanitaria fornita ai profughi, il rapporto di Medici senza frontiere dà un giudizio positivo: apprezza infatti la decisione del prefetto di delegarla alla Asl locale, cosa che non accade in nessun altro campo profughi.


 
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