| La piccola isola dell'ultima speranza Anno del rifugiato Arrivano dalle guerre d'Africa e d'Asia: cercano pace. Chi sono i migranti che affrontano i rischi del viaggio fino alle nostre coste, e perché lo fanno GUGLIELMO RAGOZZINO Oggi, 20 giugno, è la giornata internazionale del rifugiato. Anche quest'anno ha un tema, i giovani rifugiati, proprio come nel 2002 la giornata era dedicata alle donne. Così a Roma, nella solennità del Campidoglio, si parlerà di lui, del giovane rifugiato. L'Organizzazione delle nazioni unite per i rifugiati, Unhcr, nel suo comunicato, informa delle vite dei venti milioni di giovani rifugiati, piene di «povertà senza speranza, indicibile crudeltà, sfruttamento senza cuore». E aggiunge che essi hanno solo la colpa «di essersi trovati nel posto sbagliato e nel momento sbagliato» e sono «vittime, cacciate dal luogo natale a causa di guerre e conflitti di altri». Chissà se, raggiunto questo altissimo livello di commozione, a qualcuno verrà in mente di invitare in Campidoglio almeno uno dei ventisei bimbi arrivati a Lampedusa durante il mese di giugno, per offrirgli una torta con le candeline, prima di ributtarlo in mare, con o senza le cannonate del ministro Bossi? Sono ventisei i bambini - da quelli appena nati ai bambini grandi, di cinque anni - che sono arrivati a Lampedusa in giugno. Viaggi avventurosi, altro che Disneyland. Tra i bambini vi è Sorania, la piccola somala di tre anni, molto malata, arrivata a Lampedusa il 17 giugno e subito trasferita all'ospedale di Palermo. Vi sono poi 137 donne e 2.203 uomini, per lo più giovani. Tra gli iracheni vi sono dei Mustafà e dei Kassem o dei Fashel. Hanno fatto un giro lungo per arrivare in un'isola dell'Africa che fa parte della Sicilia. Anche Pangu ha lasciato dietro di sé una guerra. Cerca qualcosa per i tre figli, rimasti in Congo, perché mangino. E'arrivato fin qui per via di terra, superando molte frontiere, difficili. Ma niente per Pangu è brutto come questo mare nerissimo. In tutto, secondo il conto tenuto da Msf (Medici senza frontiere), nei primi diciotto giorni di giugno sono arrivate 2.366 persone, a bordo di gommoni e imbarcazioni di fortuna. Alcune persone sono arrivate all'isola essendo state salvate da pescherecci o mezzi militari italiani, altre, forse decine, forse centinaia, non sono mai arrivate e si sono perse in mare. I porti d'imbarco sono quasi sempre lungo la costa della Tunisia, anche se uno degli ultimi sbarchi, raccontato da Saverio Lodato dell'Unità riguarda persone che avrebbero preso il mare in Turchia. In Tunisia i viaggiatori arrivano da tutta l'Africa e anche da altri paesi, ancora più lontani. Lampedusa non è lontana: è un pezzetto di Africa che dista solo 113 chilometri dal continente (e 205 dalla Sicilia). Il mare è poco profondo, 120 metri al massimo; ma questa continuità dello zoccolo continentale non vale a rassicurare i viaggiatori impauriti. A un primo esame le persone sbarcate, in giugno, a Lampedusa, sono in prevalenza palestinesi, irachene, sudanesi, del Congo, della Somalia: la guerra. E poi altre provenienti dall'Eritrea, dal Kashmir, dalla Liberia: sempre la guerra. Una per l'altra avrebbero pagato tra i 700 e i 900 dollari per quell'ultimo tratto di mare e più del doppio, in media, per l'intero tragitto, dalla residenza abituale al felice luogo di accoglienza. Secondo Msf le persone sbarcate nell'isola in giugno provengono dai seguenti paesi o regioni: Algeria, Bangladesh, Benin, Camerun, Ciad, Congo, Costa d'Avorio, Etiopia, Ghana, Iraq, Kashmir, Liberia, Libia, Marocco, Nigeria, Pakistan, Palestina, Sierra Leone, Somalia, Togo. E kurdi, cingalesi, sudanesi... A ben vedere sono rappresentate diciassette popolazioni dell'Africa e sette dell'Asia. C'è il Maghreb e c'è l'Africa a sud del Sahara. D'altro canto c'è un Medioriente sempre più travagliato e nel quale è sempre più difficile sopravvivere con dignità. Tutti quanti gli immigrati, secondo Msf, « hanno affrontato viaggi della disperazione per sfuggire a guerre spesso dimenticate o a persecuzioni». Lampedusa è in un certo senso lo snodo tra una parte del mondo che sta soffrendo molto per le guerre e le distruzioni e un'altra parte più ricca e più tranquilla, che spesso usa della prima per sperimentare le sue strategie, vendere le sue armi, sviluppare i propri affari. Pensate a una gigantesca catena di grandi magazzini di arredamento. Vi si comprano merci provenienti da tutto il mondo, costruite da milioni di mani e sapientemente importate dai geniali commercianti globali; allo stesso modo nella piccola isola che fa da smistamento (da vero e proprio hub dei poveri) si incontrano rifugiati provenienti da mille distruzioni, da mille ricatti e sopraffazioni: da dieci guerre diverse. Anche loro sono il risultato della globalizzazione dello sfruttamento che essa mette in funzione e della necessità di sopravvivere, nonostante tutto. Il governo si vanta di aver ridotto a 81 i 2.714 clandestini di provenienza albanese, tra i primi mesi del 2002 e del 2003. Assicura che quello di Lampedusa è l'unico varco che resta aperto per l'immigrazione e promette di chiudere anche quello. Le guerre però non mancano e quasi sempre è l'Occidente a promuoverle. Le vie di fuga sono indispensabili. Se non le gestisce l'Onu, se i governi sono avari e disumani, saranno sempre più carrette e gommoni a fare il contrabbando di vittime di qualche genocidio in arrivo. |