LA COMUNICAZIONE INTERCULTURALE ALL’UNIVERSITA’

a cura di Maurizio Corte - Verona, marzo 2007 
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Con secondo semestre dell’anno accademico 2007-2008, sono giunto alla quinta edizione del corso di “Comunicazione interculturale”, all’Università degli Studi di Verona, Facoltà di Lettere e Filosofia, secondo anno del corso di laurea triennale in Scienze della Comunicazione. I contenuti del corso possono essere letti sul sito: www.comunicazioneinterculturale.net dove si trova anche il programma di Giornalismo Interculturale, al primo anno del corso di laurea specialistica in Giornalismo. L’insegnamento di Giornalismo Interculturale – che afferisce, come anche Comunicazione Interculturale, al settore scientifico-disciplinare della Pedagogia generale e sociale – è l’unico in Italia. Troviamo, in Europa, l’insegnamento di “Periodismo Intercultural” all’Universidad Cardinal Herrera di Valencia, tenuto dalla giornalista e docente universitaria Estrella Israel Garzon; mentre nell’Università dello Iowa e in quella di Dubai insegna Kenneth Starci, che è il padre dell’”Intercultural Journalism”.
Cinque anni di insegnamento – 20 ore, tre crediti – sono un lasso di tempo sufficiente per fare un bilancio del lavoro svolto e dell’interesse dei giovani universitari. Se teniamo conto che nelle ultime due edizioni, le lezioni si svolgono al mattino del lunedì, alle 8.30, e che l’insegnamento è opzionale, diventa motivo di soddisfazione constatare che sono almeno una sessantina gli studenti che seguono in modo fedele le lezioni (i partecipanti sono di più, ma vi è anche un certo turn-over); e che altrettanti sono coloro che sostengono l’esame. Di questi, una buona metà sono molto motivati e fra questi ultimi, vi è una percentuale interessante – e soprattutto di alta efficienza sul piano dei risultati di studio – che poi segue il corso nella specialistica e che mi chiede di laurearsi su una tematica tanto attuale quanto ignorata dalle redazioni dei mass media: il rapporto fra informazione e immagine dei migranti.
Il tema della società pluralistica, multiculturale, interessa molto gli studenti universitari che vogliono avvicinarsi alla professione di giornalisti, di comunicatori o anche solo di esperti della comunicazione. Spiego loro che – comunque si collocheranno nel panorama delle professioni legate all’informazione e alla comunicazione – dovranno fare i conti con i cittadini stranieri: saranno nel loro orizzonte quale parte attiva, nel bene come anche nel male, della società; perché la parte attiva della popolazione – giovane, dinamica, economicamente vivace – fa comunque notizia, “rompe il corso normale delle cose” anche se i mass media la ignorano o la distorcono nella loro rappresentazione.
L’attivazione del corso di “Comunicazione Interculturale” è stato reso possibile, oltre che grazie alla sensibilità degli organi accademici della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’ateneo veronese, anche grazie al lavoro svolto dal Centro Studi Interculturali diretto dal professor Agostino Portera (http://fermi.univr.it/csint/welcome.htm), che svolge ricerche nel campo dell’educazione interculturale, che organizza Master post-laurea e che ha creduto nello studio del ruolo dei media in una società complessa e pluralistica, affidandomi il compito di organizzarlo e di gestirlo.
La strada della formazione e dell’aggiornamento dei giornalisti – tema su cui avremo modo di tornare – è uno dei passaggi fondamentali per un giornalismo e una comunicazione che, anche a livello dei media, sia “interculturale”. Come ripeto spesso agli studenti e alle studentesse, non si tratta di fare del “giornalismo buonista”, ma del “buon giornalismo”.
A loro poi leggo sempre il passaggio di un discorso di don Vinicio Albanesi, della Comunità di Capodarco (Cnca), al seminario del “Redattore Sociale”, organizzato dall’omonima agenzia di informazioni. Si tratta di un discorso che dimostra come si possa fare giornalismo interculturale, comunicazione interculturale (quest’ultima a livello interpersonale o con i mass media) solo se si mettono in campo sia l’intelligenza che il cuore. L’approccio “personale”, l’approccio “solistico” – non solo buoni sentimenti, non solo buone teorie, ma entrambi – sono fondamentali per un modo diverso di fare comunicazione con, sui e verso i “diversi”.
Ecco il passaggio del discorso di don Albanesi che tutti noi giornalisti, oltre che gli aspiranti giornalisti e comunicatori, dovremmo tenere sempre a mente. Esso fotografa il punto critico in cui la comunicazione rischia di farsi estraniante, deviante, marginalizzante, escludente; e offre anche una soluzione disarmante nella sua semplicità e nella sua verità.
“Quando vi trovate di fronte un fatto delicato (non necessariamente di cronaca nera),
abbiate presente la sofferenza della persona, della famiglia, della città. Quella sofferenza vi porterà al rispetto, anche se siete chiamati a descrivere i fatti; vi farà scegliere stile e parole adeguate, anche se avreste una grande scelta di sinonimi, utilizzerete alcune espressioni invece di altre, perché non vorrete far male. Per essere sicuri dovete però guardare alla nudità della persona, come se fosse senza sesso, senza famiglia, senza riferimenti culturali e spaziali. Una specie di assoluto di fronte al quale la sacralità è infinita. Solo così vi sottrarrete agli influssi razziali, angosciosi, prevenuti che vi spingono a offendere, non rispettare, suscitare il prurito dei lettori. Tutto ciò vi porterà fuori mercato? Quale mercato, di quale azienda, di quale economia? Scegliete pure tra l’essere comunicatori con coscienza e personalità o semplicemente pezzi di mercato ‘comprati e venduti’”. (Seminario del Redattore Sociale, 1998. Gli atti sono leggibili sul sito www.redattoresociale.it).


Verona, 31 marzo 2007

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