LE MONDE diplomatique - Maggio 2003



 

 

 

Viaggiatori senza viaggio
Il fragile statuto degli zingari francesi


Mentre si denunciano spesso i casi di antisemitismo e talvolta il razzismo contro gli arabi, ci si dimentica che tra tutte le vittime di discriminazione, sono gli «zingari» quelli che suscitano - e di gran lunga - il rifiuto più ampio. Nella gara del pregiudizio essi si trovano largamente in testa: il solo arrivo di nomadi in una città suscita i peggiori timori per la sicurezza dei beni e delle persone. Gli attentati dell'11 settembre 2001 non hanno cambiato niente e tanto meno il clima creato dal ministro degli interni francese Nicolas Sarkozy, culminato con la legge liberticida da lui proposta e votata a metà febbraio del 2003. Ma come reagiscono le città coinvolte, tra la legge Besson che prevede un'accoglienza decente per i nomadi e le notevoli resistenze di una parte dell'elettorato, mobilitato in nome della sicurezza? L'esempio di Arles e del suo previsto insediamento di rom illumina le contraddizioni in cui finisce per trovarsi una municipalità, per quanto ben intenzionata.

Chantal Aubry
La solita animazione in una soleggiata mattinata d'inverno nel campo dei gitani, una sessantina di carrozzoni allineati lungo il canale che va da Arles a Fos, a metà strada fra il museo dell'antichità di Arles e il quartiere popolare di Barriol. Le donne fanno le pulizie, gli uomini chiacchierano, le automobili vanno avanti e indietro perché è l'ora in cui i bambini escono dalla scuola. Tutti parlano ancora dell'avvenimento: a fine novembre 2002, è stata posata la prima pietra del futuro quartiere, proprio vicino al campo. E da allora, tutti possono seguire l'avanzamento dei lavori.
La fine dei lavori, prevista per dicembre 2003, con la consegna di quarantasette alloggi individuali, è il risultato di sforzi congiunti certamente molto meritori: «Io mi sono battuto per sette anni», spiega orgoglioso il pastore Antonio Hernandez, presidente dell'associazione Gitans d'Arles e pastore della comunità evangelica (pentecostale) Vie et Lumière, maggioritaria nel campo. «Alla fine, mi hanno ascoltato.
Occorreva creare un'associazione. Quando hanno visto il risultato, molti non volevano crederci. Mica facile parlare alle popolazioni stanziali... Io ho avuto questo privilegio!». In effetti il progetto risale al 1996, quando la città di Arles (il cui sindaco era ancora il socialista Michel Vauzelle) decide, dopo anni di indugi, di affrontare il problema. Due persone se ne incaricano: Henri Tyssere, assessore comunista all'urbanistica, e Catherine Levrault, assessore verde all'ambiente. Per una città che deve fare i conti con una situazione finanziaria notoriamente delicata, lo sforzo era grande, perché si trattava di un triplice impegno: creare per i nomadi di passaggio un'area di accoglienza che, in linea di principio, la prima legge Besson (31 maggio 1990) aveva reso obbligatoria nei comuni di oltre 5.000 abitanti; lanciare un programma immobiliare locativo per le famiglie stanziali di gitani catalani che vivono ad Arles da più generazioni; infine, prevedere terreni familiari per alcune famiglie rom o manouche, semi-stanziali e in condizioni molto precarie.
Philippe Lamotte, all'epoca assessore all'urbanistica, affida questo progetto, nell'ambito di un Master di opere urbane e sociali, allo studio marsigliese Lieux dits, il quale, nel febbraio 1998, al termine di un minuzioso lavoro d'informazione presso le famiglie e di ricerca di terreni, consegna i progetti. Tuttavia - escludendo, per il progetto locativo, il terreno di Barriol sul quale l'accordo concluso sarà rispettato e saranno reperiti i finanziamenti - i terreni proposti per l'area di accoglienza cambieranno più volte, a causa delle opposizioni delle associazioni di vicini (albergatori, centri commerciali) ostili per principio a qualunque insediamento di zingari. Nel frattempo, dopo un certo numero di divisioni aperte in seno alla gauche plurielle locale, la municipalità cambia, così che la «patata bollente» finisce nelle mani del nuovo sindaco comunista, il molto prudente Hervé Schiavetti. E i negoziati si arenano. Al punto che Arles, come molte altre città francesi, rimane senza area di accoglienza.
Uno scenario classico, anche se il suo progetto locativo colloca l'antica città provenzale (assieme a Montpellier e Martigues per il Sud della Francia) nel plotone delle città virtuose in materia di alloggiamenti stabili. Non scontentare l'elettorato, non confinare le popolazioni da accogliere in luoghi di segregazione, lontano da ogni negozio e dai servizi sociali: questo rappresenta, ad Arles come altrove, la quadratura del cerchio. «Poiché la scadenza fissata dalla legge Besson è il 1 gennaio 2004, saremo in ritardo. Ma abbiamo trovato il terreno» assicura David Grzyb, il nuovo assessore all'urbanistica, che è oggi incaricato del dossier. Non resta che convincere i vicini... «I nomadi devono potersi fermare in una condizione di normalità - ammette Schiavetti.
Ma, agli occhi dell'opinione pubblica, essi fanno un po' paura, a causa della loro immagine e delle loro consuetudini. La nostra posizione è per forza di cose contraddittoria, ma ci sforziamo di riunire i vari protagonisti e di sentire ognuno di loro». Una posizione contraddittoria che non risparmia nessun rappresentante eletto, abbia o meno un'ombra di progetto politico. Più che l'opposizione degli abitanti del vicinato, bisogna ormai affrontare quella degli albergatori e dei grandi centri commerciali insediati nelle zone di attività, nelle vicinanze delle quali sono molto spesso previste le aree di accoglienza. Ad Arles, i gitani catalani stanziali da varie generazioni sono relativamente meglio tollerati che altrove.
Del resto alcuni di essi vivono in città, nel vecchio quartiere di La Roquette, o nelle case popolari del quartiere di Barriol. «La posizione degli abitanti di Arles è ambivalente - rileva Séverine Lhez, dell'associazione Yaka de Gitana, che ha svolto un ruolo di interfaccia indispensabile in tutte le operazioni di nuova sistemazione di inquilini (1). Il razzismo esiste, come dappertutto, ma il successo musicale di una delle famiglie del posto [Gipsy Kings] e l'amore molto condiviso per la musica e la cultura del flamenco in parte mitigano questo ostracismo. Eppure resta il fatto che la loro alterità è sempre vissuta come una minaccia».
Denunce astiose ed espulsioni forzate Vicina al villaggio di Les Saintes-Maries-de-la-Mer, centro del pellegrinaggio gitano, Arles non è tuttavia la sosta privilegiata (il luogo di maggior transito nella regione, molto deteriorato, è a Miramas). E il microcosmo arlesiano sembra quasi risparmiato dalla tempesta «securitaria» che scuote il resto della Francia. «la soluzione dei problemi della sicurezza pubblica spetta ai politici - ammette Schiavetti. Se la destra fa "montare la maionese" a livello nazionale, questo non cambia praticamente nulla a livello locale. Arles è una terra di immigrazione, con una forte capacità di integrazione. Metabolizza tutto, compresi i gitani».
Stesso zelo integratore a Martigues, nel quartiere di Bargemont, un gruppo di trentanove case popolari finite nel 1995, dove vivono famiglie manouche, anch'esse stanziali da tempo. Siamo a pochi chilometri dal centro, certo, ma nella pineta, con una area di sosta e un parcheggio a parte per i carrozzoni degli inquilini. «La municipalità ha voluto costruire case "come le altre"» insiste il direttore del complesso, Pierre Cerdan, che prende così le distanze dal concetto di abitazione cosiddetta adattata, applicato altrove, in particolare ad Arles.
«È un modo paternalistico di ricreare la discriminazione. Qui la gente ha imparato a pagare l'affitto, l'acqua, la luce, come tutti» aggiunge Denis Klumpp, direttore dell'Associazione regionale di studi e iniziative verso gli zingari (Areat) (2), che fa da punto di riferimento presso le famiglie tramite un centro sociale sistemato nel quartiere, e cura peraltro verso la gestione dell'area di sosta. Una gestione nota per il suo rigore, e che si prefigge così di evitare degradi e occupazioni abusive delle aree di accoglienza destinate ai nomadi, spesso ospitati di nascosto dai semi-stanziali. «Sappiamo perfettamente che i responsabili della precarizzazione di gran parte delle popolazioni nomadi sono soprattutto gli impianti di accoglienza carenti e le cattive condizioni di alloggio» spiega Klumpp. «La legge Sarkozy (3) [si veda il box alla pagina precedente] avrà per lo meno il vantaggio di costringere i comuni a creare finalmente le aree di sosta, se vogliono poter espellere legalmente i nomadi che non rispettassero i terreni privati dei loro comuni, cosa che le due leggi Besson non sono per ora riuscite a fare». Semplice elaborazione intellettuale? Previsione eccessivamente ottimista?
Vale la pena porsi la domanda, soprattutto se si considera che la seconda legge Besson conteneva già deterrenti contro le soste selvagge, che tuttavia non hanno spinto i comuni riluttanti ad attrezzare aree di sosta. In ogni caso, a pochi chilometri di distanza, il discorso è molto più aggressivo: «Non ho la minima tenerezza per quella gente. Vivono a spese nostre, di rapina. Bisogna finirla». Questa denuncia piena di odio contro il «flagello» che rappresenterebbero gli zingari, un concentrato di stereotipi degni del regime di Vichy, è del prefetto del Vaucluse Paul Girot, che non ha avuto paura di pronunciarla in un incontro pubblico con gli uomini politici del suo dipartimento, il 17 ottobre 2002. Una firma in bianco concessa in anticipo alle espulsioni forzate rappresenta uno slittamento che riassume piuttosto bene il nuovo clima politico. Si colloca apertamente in un contesto preciso - quello della legge Sarkozy - e ricorda che un certo numero di prefetti non hanno mai avuto molti scrupoli nel fornire ai sindaci «espulsori» le forze di polizia necessarie, fossero legali o meno queste espulsioni. Che il ministro dell'interno abbia poi cercato di mitigare le parole del suo prefetto non cambia di molto il fondo della questione. Perché le cose sono chiare: la situazione dei nomadi, che si evolveva lentamente dal 1969, epoca in cui la legge aveva finalmente dato loro uno status, si avvia invece, a causa della pressione economica e della chiusura «securitaria», verso una regressione che preoccupa giustamente tutte le associazioni. Le quali, del resto, si sono mobilitate dal settembre 2002, moltiplicando mozioni e manifestazioni contro gli articoli 19 e 19bis della legge Sarkozy che, prevedendo sanzioni particolarmente pesanti contro le infrazioni allo stazionamento, non fa altro che creare «un reato di esistenza» per i nomadi. Si è quindi costituito il collettivo del 24 settembre che raggruppa associazioni molto diverse dove s'incontrano sia zingari che non zingari (4). Varie manifestazioni si sono svolte a Parigi e in diverse città francesi, l'11 e il 27 gennaio 2003. La seconda manifestazione, organizzata esclusivamente dai nomadi, ha riunito cinquemila persone.
Al di là dell'oggetto immediato del contendere - lo stazionamento dei nomadi, bersaglio privilegiato della legge Sarkozy - è anche in causa l'insieme dei diritti di popolazioni particolarmente precarizzate: accesso all'educazione, alla salute, alla casa, al lavoro, lotta contro le esclusioni e le discriminazioni di ogni genere; infine la salvaguardia di un modo di vita e di tradizioni che la Francia di Sarkozy vorrebbe cancellare. Assimilati come gruppo ai delinquenti, gli zingari esprimono sempre di più le loro preoccupazioni: «Da questa estate, non mi sento bene, sono preoccupato per i nostri bambini - diceva un manifestante dell'11 gennaio. Non siamo responsabili dei problemi di questo paese. Non vogliamo vivere le stesse persecuzioni che i nostri genitori hanno conosciuto». Un altro aggiungeva: «La gente stanziale dovrebbe capire che i segnali che si accendono non sono di buon augurio per nessuno».
«Gli slittamenti verbali attestano un clima sempre più teso, in un contesto di regressione delle libertà, e ciò colpisce l'insieme della popolazione, ma ancora non ce ne accorgiamo. Per ora, sono i nomadi e alcune altre categorie, cosiddette marginali, che fanno da capri espiatori», avverte, dal canto suo, José Brun, dell'associazione Regards, e capo del progetto di Tzigane-Habitat, nel dipartimento della Indre-et-Loire, nel centro della Francia. «Tutto diventa più difficile: trovare terreni, trovare finanziamenti. Nessun progetto riesce a passare. Tutto è bloccato. Stiamo riproducendo vecchi schemi.
Ci lasceranno le foreste inacessibili, i terreni facilmente allagabili, quelli che nessuno vuole, i luoghi di confino».
Con voto definitivo del 12-13 febbraio 2003 della camera dei deputati che ne ha ulteriormente aggravato alcuni aspetti, e del senato, la legge per la sicurezza interna si incentra espressamente, per i suoi articoli 19 e 19 bis riguardanti le popolazioni itineranti, sull'applicazione della legge Besson del 5 luglio 2000, ritardata e contestata, già prima della sua attuazione, da un certo numero di sindaci, in particolare nell'Ile-de-France. Una cultura nomade in pericolo Questa seconda legge Besson imponeva a tutti i dipartimenti di dotarsi entro diciotto mesi (ossia al più tardi entro il 1° gennaio 2002) di un progetto per l'accoglienza dei nomadi, predisposto dal prefetto e dal presidente del Consiglio generale, di concerto con i rappresentanti dei comuni interessati (comuni di oltre 5.000 abitanti), dei nomadi e delle associazioni, riuniti in commissione consultiva (5). In caso di non rispetto delle scadenze, il prefetto poteva teoricamente adottare da solo il progetto e realizzare l'area prevista a nome e per conto del comune. Nulla di tutto ciò si è verificato. «Il dispositivo delle aree di accoglienza è certo avviato - dicono al ministero per gli alloggi.
La concertazione si è rivelata necessaria con i sindaci, tanto più che, senza la loro cooperazione, la messa in opera sarebbe stata impossibile. Ma, questa volta, i progetti dipartimentali dovevano essere firmati entro fine febbraio. Il ministro ha chiesto che lo fossero. Segno della volontà del governo di metterli in opera». Eppure sul campo nessuno ci crede, perché la legge Sarkozy ha piuttosto per effetto di rafforzare l'ostilità dei sindaci nei confronti della legge Besson.
E quest'ultima è pochissimo applicata. Nella regione di Parigi, sono stati creati 560 posti in dieci anni, mentre le esigenze vanno da 6.000 a 8.000. Per la totalità del territorio francese, ci sono attualmente soltanto 10.000 posti disponibili (8.000 secondo l'Areat), mentre si valuta che ce ne vorrebbero 60.000 (30.000 secondo l'Areat). Questa diversità nelle cifre è dovuta alla stima stessa della popolazione zingara, che varia da 300.000 a 800.000 persone - secondo le associazioni, poiché il censimento, ritenuto discriminatorio, non è autorizzato.
Il numero insufficiente di aree di accoglienza genera un'altra pesante disfunzione: i sindaci che si sono impegnati hanno spesso incontrato più problemi di quelli che non hanno predisposto alcuna area. In una situazione in cui gli spazi scarseggiano, i sindaci hanno dovuto affrontare un flusso eccessivo sulla propria area di stazionamento, e le difficoltà sono sorte proprio là dove si sperava di risolverle.
Tensioni con gli abitanti, problemi di scolarizzazione, allacciamenti selvaggi per acqua ed elettricità, degrado: è chiaro che a essere soprattutto in causa è la cattiva gestione collettiva degli itineranti.
Il secondo progetto, quello delle abitazioni, poggia per ora, come si è visto ad Arles, soltanto sulla volontà locale, al di fuori di ogni finanziamento appropriato, a parte quello della legge relativa alla solidarietà e al rinnovamento urbano (detta legge Gayssot, votata il 13 dicembre 2000) (6), in particolare nella regione di Parigi.
Eppure, tutti i progetti realizzati affrontano la questione dei terreni familiari e delle abitazioni miste. «Si tratta di un nuovo piano di lotta contro le esclusioni - spiegano al ministero degli alloggi.
In una fase di transizione, bisogna che i nomadi possano fermarsi in un luogo per accedere ai diritti, alla scuola, alle cure. Non è una sistemazione definitiva, è piuttosto un legame, un punto di ancoraggio geografico dove sanno di poter andare in caso di necessità.
Avere una abitazione non significa smettere di viaggiare».
Luc Monnin che è un architetto indipendente e creatore di uno dei primi progetti di ri-alloggiamento riuscito a Tolosa (Ramonville, 1989), è più drastico: «La sedentarietà è una realtà spaziale, ma non sociale. È una risposta a una patologia, a una situazione psicologica di stress, di igiene insufficiente, di cattive condizioni di vita.
Una volta risolta questa patologia specifica dello stato di precarietà, e una volta correttamente ri-alloggiati, gli zingari ritrovano la propria capacità di sviluppo. L'obiettivo della sopravvivenza è superato e essi sono in grado di viaggiare di nuovo per vari mesi all'anno».
Dunque di salvaguardare, nonostante la progressiva scomparsa di alcune loro tradizionali attività (ferri battuti, impagliatura, lavori legati al raccolto), questa cultura nomade che coniuga «pluriattività e stagionalità». Con la comparsa di attività nuove, come l'intonacatura delle case, i lavori di ridipintura, la riparazione di strumenti chirurgici, di apparecchi di manutenzione...
Fondamentalmente, rimane il fatto che, in contraddizione con il concetto repubblicano di cittadinanza, i nomadi restano una minoranza dentro lo stato e che la Francia è uno dei pochi paesi occidentali che impongano agli itineranti documenti amministrativi come il «carnet» e il libretto di circolazione, rinnovabile ogni tre mesi, sul quale figurano informazioni specifiche come la carnagione della pelle o il nome dei genitori. Una discriminazione all'interno della discriminazione che, come spiega la sociologa Jacqueline Charlemagne, «crea differenze all'interno stesso di questa popolazione: la gente che vive in uno stato di estrema precarietà (stagionali, venditori ambulanti) riceve un "carnet" di circolazione; gli altri, meno marginalizzati (iscritti ai registri del commercio, salariati), beneficiano di un libretto».
Circostanza aggravante: nel momento stesso in cui un rapporto del Programma delle Nazioni unite per lo sviluppo (Undp) rivela lo stato di fame e di povertà generalizzata nelle minoranze rom dei futuri stati membri dell'Unione europea (si legga il box alla pagina precedente), l'afflusso di queste minoranze contribuisce a destabilizzare, in Francia, uno statuto già fragile. Inoltre, fornisce, in un contesto di vecchi stereotipi, un pretesto per amalgami in cui non si riconosce né chi viaggia, né chi è stanziale o semi-stanziale, tutti cittadini francesi da più generazioni. E alimenta altri conflitti, tra comunità questa volta, in un momento in cui è importante che esse si federino.
Tanto più che il fenomeno pentecostale (7), apparso negli ultimi vent'anni, ha profondamente alterato i vecchi equilibri. «L'associazione Vie et Lumière ha un enorme potere - ammette José Brun. Essa è l'unica in grado di riunire 70.000 persone in un unico incontro. La sua forza, contrariamente alla Chiesa cattolica che ha "perso il treno", è che tutti i pastori sono gente che viaggia». Vie et Lumière in Francia conta non meno di 1.300 pastori (nessuno dei quali stanziale), tutti riconosciuti dalla Federazione protestante di Francia. Ritenuta da alcuni settaria, da altri mafiosa, questa polarizzazione presenta in ogni caso un pericolo molto evidente: quello della chiusura culturale e spirituale, laddove l'apertura è più che necessaria. La mancata autonomia delle donne Ad esempio, sebbene fingano talvolta di incoraggiarne la frequentazione, i pastori diffidano dell'insegnamento pubblico - che secondo loro favorisce troppo l'apertura verso il mondo esterno. La maggior parte di essi preferiscono che le popolazioni che viaggiano, di cui si sono incaricati, rimangano sotto la loro influenza. Se emerge una nuova generazione, più aperta, i pastori della vecchia generazione restano spesso retrogradi. Molto gelosi dei propri costumi, della propria cultura, essi temono che, andando a scuola, le donne e le ragazze acquisiscano un po' di autonomia. Eppure è risaputo quanto la questione della conquista dell'autonomia da parte delle donne sia cruciale per l'evoluzione di tutto il gruppo. Da un altro lato, giovani zingari come Vincent Ritz e José Brun (31 anni), dell'associazione Regards, o l'avvocatessa Céline Larrivière, dell'associazione Les gens du voyage - associazioni tutte composte integralmente da nomadi - rappresentano un futuro ancora incerto, ma reale. «Noi vogliamo manifestare la nostra esistenza, portare uno sguardo diverso, esprimere il nostro modo di vedere, anche se a volte il nostro discorso può disturbare». Il rimprovero più frequente rivolto a queste giovani associazioni non sovvenzionate («il che costituisce una garanzia di indipendenza») è di non essere rappresentative: «Noi parliamo di legittimità, non di rappresentatività - rispondono.
Sta a noi formare architetti e quadri per il domani».
Nonostante tutto, queste associazioni vogliono andare avanti insieme, anche con Vie et Lumière. «Non bisogna lasciarsi influenzare da quanti vedono con cattivo occhio l'emergere del protestantesimo. L'idea nostra è di conservare la parte essenziale della cultura, di salvaguardare l'identità pur sapendo aprirsi al mondo esterno. Accantonare le differenze.
Progredire insieme, prendere in considerazione tutti i meticciati, federare tutti gli zingari, siano essi nomadi, stanziali o semistanziali, manouche, rom, gitani, sindi o altri, sia che vivano nel nord o nel sud della Francia, che siano cattolici, protestanti, evangelici o laici. Senza disconoscere per questo l'utilità delle associazioni che da tempo lavorano "presso" i nomadi. Ma senza nemmeno esitare a rimettere in causa il loro neo-paternalismo». Chi oserà a questo punto dare agli zingari del «ladri di galline», a parte gli stessi zingari, per derisione?



note:

*Giornalista, Parigi.

(1) Creata nel 1996 dal fotografo Mathieu Perneto, che ha pubblicato vari volumi sui rom di Arles e sul campo di Saliers, l'associazione ha molto contribuito alla sensibilizzazione verso i problemi delle famiglie rom più disagiate. Conduce azioni nei settori dell'educazione, della salute e della casa.
(2) Creata nel 1968, Areat si occupa in particolare di trovare alloggi per gli zingari, della sistemazione e della gestione delle aree di accoglienza, ed esplica attività di formazione, di studi e di consulenza nel campo socio-educativo (2 rue de la République, 13001 Marsiglia).

(3) Votata definitivamente il 13 febbraio 2003, la legge Sarkozy comporta molti attentati alle libertà fondamentali, con il pretesto di rafforzare la sicurezza interna e stroncare la delinquenza crescente.

(4) Angvc, Arpomt, Artnf, Asdt, Centre culturel gitan, Études tziganes, Les Français du voyage, Onat, Regards, Unisat, Uravif.
(5) Per l'attuazione di questi progetti, che determinano le zone di insediamento delle aree, che possono essere comunali o inter-comunali, il governo Jospin aveva previsto uno stanziamento di 1,7 miliardi di franchi su 4 anni per le sovvenzioni all'investimento e aveva portato la loro quota dal 35% al 70% del costo dei lavori. L'aiuto alla gestione delle aree è di 1.660 euro per anno e per posto, ossia circa 50 milioni di euro all'anno. I comuni hanno due anni per realizzare le aree dopo la pubblicazione dei progetti.

(6) Il cui articolo 55 costringe i comuni di oltre 50.000 abitanti a costruire alloggi sociali per raggiungere, entro i prossimi vent'anni, una proporzione del 20% dell'insieme delle abitazioni, pena l'imposizione di multe. Il governo Raffarin ha rimesso in causa in particolare questa disposizione.
(7) Apparso all'inizio del XX secolo tra i metodisti neri negli Stati uniti, il pentecostalismo conta oggi 150 milioni di credenti, sparsi in tutti i terzi-mondi. La sua specificità dottrinale consiste nel considerare come attuali i doni dello Spirito santo - «parlare in lingue» (un'espressione verbale apparentemente incomprensibile che si vuole lode di Dio), guarigione, profezia, esorcismo - così come figurano nel racconto della Pentecoste degli Atti degli apostoli.
(Traduzione di M. G. G.)
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