L’Islam.

Approccio storico: Muh³ammad e le origini dell’Islam

1. Introduzione

Conosciamo l’Islam quasi solo attraverso l’informazione che ce ne danno i mezzi di comunicazione. È l’Islam di oggi, anzi, una forma soprattutto dell’Islam attuale, quella fondamentalista. Di qui la paura dell’invasione, dell’espropriazione, della sostituzione o della sovrapposizione delle leggi e delle regole dell’Islam alle nostre. Di qui l’enfatizzazione delle norme della sharî‘a, con decapitazioni, taglio delle mani, frustate, oppressione e inferiorità giuridica della donna. Certo, l’Islam è anche questo. Ma non si parla della grande maggioranza dei musulmani che vive in silenzio e in profonda pietà la propria fede, senza mire espansionistiche, con un profondo senso dell’umanità nel cuore; che osteggia e non capisce le fiammate di violenza degli integralisti: le subisce.

Certo, l’Islam è una cultura, presente in gran parte in paesi in via di sviluppo, cultura che si sente in qualche modo minacciata da una modernità occidentale che essa non è in grado di comprendere, che scardina principi e norme di vita funzionanti immutati per secoli e che ora, come in un soffio, rischiano di essere stravolti e travolti.

Certo, l’Islam vive una profonda crisi non solo religiosa, ma anche economica e culturale. I popoli a maggioranza musulmana stanno in gran parte vivendo il dramma della decolonizzazione, con tutti i sussulti che esso comporta.

Certo, l’Islam è più rappresentato proprio in paesi, come l’area del Nord Africa, del Medio Oriente e dell’Asia centrale e meridionale, in cui si concentrano gran parte delle materie prime sulle quali è fondata la ricchezza del nostro mondo occidentale. È un’opportunità unica per tenere le chiavi dello sviluppo e condizionare in qualche modo l’odiato occidente cristiano, che ha sfruttato per secoli i popoli sottomessi e che ora tenta di condizionarli con politiche economiche strozzanti e con ipocriti ideali umanitari, che nascondono mire espansionistiche e totalitarie.

Certo, lo sviluppo industriale ed economico più caotico riguarda aree fortemente rappresentate dall’Islam, immettendo una politica del profitto su strutture culturali e religiose non in grado di sopportarlo e che cercano nuove vie per ripensarsi in termini diversi.

Certo, la cultura religiosa e civile e politica del successo - "voi siete la migliore comunità che Dio abbia suscitato tra gli uomini" (Cor 3,110) -, che è alla base del dettato coranico per la comunità dei musulmani, soffre di fronte al gap economico che l’ha confinata ai margini delle società che contano nel mondo. Il mondo occidentale a prevalente matrice cristiana usa la tecnica del bastone e della carota, ma in realtà sta manifestando profonde crepe nelle strategie di dominio del mondo. Di qui la possibilità e l’opportunità per immettere una terza via, non capitalistica e non socialista, ma fondata sulla religione rivelata, un modo di edificare una società giusta di fronte a Dio e agli uomini, già operante e raggiungibile su questa terra. Come con una bacchetta magica, la soluzione di tutti i problemi viene ipotizzata nell’espansione del dâr al-Islam, dove improvvisamente scompariranno tutti i conflitti, perché esso sarà fondato sulla legge di Dio. Una nuova utopia che infiamma di entusiasmo gruppi di persone insofferenti di un mondo avvertito come profondamente ingiusto. Queste sono alcune delle ragioni che hanno provocato e provocano la nascita dei fondamentalismi islamici, di varia matrice, ma con radici comuni.

Non si tratta qui di dire se siano giusti o sbagliati, ingenui e passeggeri o pericolosi e duraturi; si tratta piuttosto di capire e di riflettere. Dal punto di vista religioso, cerchiamo di riflettere sul modo in cui la nostra società occidentale segnata, lo si voglia o no, dal cristianesimo, abbia prodotto dei mostri sociali e politici: per attiva partecipazione o per colpevole noncuranza. Il "fenomeno Islam" diventa dunque un’opportunità per riflettere sulle capacità del cristianesimo di fornire risposte: pratiche, nel proporre modelli alternativi validi per la salvaguardia della dignità umana personale; riflesse, nella coraggiosa capacità di autocritica, di come la Chiesa di Cristo abbia potuto produrre strutture profondamente devianti dal punto di vista sociale, economico o politico. L’evoluzione socio-politica del mondo, della società e delle religioni che si affacciano nel nostro ambiente diventa in questo modo stimolo al ripensamento ed eventualmente al rilancio di proposte alternative, che comprendano l’ambito privato e pubblico. Forse, dal modello duro a morire di una Chiesa trionfante è necessario passare a una Chiesa che si riscopra serva di Dio e che sia disposta concretamente ad affrontare la croce di Cristo.

Con questo ho suggerito anche l’atteggiamento che il cristianesimo, in tutta la sua complessità storica sedimentata nelle diverse confessioni, potrebbe avere nei confronti della nuova sfida dell’Islam: non la contrapposizione a muso duro, ma il coraggioso atteggiamento del dialogo, continuamente offerto. Dialogo non come mezzo per una nuova e più subdola cattura, ma come fine: un modo di essere nel mondo, che trae origine dall’iniziativa stessa del Dio Trinità incarnatasi in Gesù Cristo, uomo tra gli altri uomini, salvezza per tutti non solo per i cristiani.

Il presente è il risultato del passato e della storia. Credo che ancora non si rifletta abbastanza su questo dato. L’emergenza del presente rischia di far dimenticare il "codice genetico" dell’Islam, il periodo e il modo in cui si è formato e che ha segnato il suo sviluppo successivo. Per questo è necessario rifarsi seriamente al momento della sua nascita.

2. Quando e dove nasce l’Islam

L’Islam nasce nella prima metà del settimo secolo d.C., in Arabia, in un momento storico particolare. La penisola arabica, in gran parte desertica, eccetto la sua estrema appendice meridionale, lo Yemen, vive ai margini dei grandi imperi ma è estremamente attiva dal punto di vista commerciale. La attraversano le grandi vie carovaniere che collegano l’oriente con l’occidente. Le oasi che sorgono sulle strade delle carovane diventano punti di aggregazione, di culto, di scambi commerciali. La Mecca, situata nella regione occidentale della penisola, il H³ijaz, era uno dei principali centri di raccolta delle carovane. Vi si celebrava annualmente una grande fiera, di notevole importanza dal punto di vista commerciale e culturale. Era anche un centro religioso, segnato dalla presenza di un edificio grossolanamente cubico, la Ka‘ba, in un angolo della quale era conservato un meteorite, oggetto di particolare venerazione, insieme con il dio locale, Hûbal, e gli dei delle tribù carovaniere, i più importanti dei quali, stando al Corano, erano al-Lât, al-H³uzza e al-Manât (cf Cor 53,19-20).

Dal punto di vista politico, la scena di tutto il Medio Oriente antico era tenuta da due grandi attori: l’impero bizantino e l’impero persiano dei Sassanidi. In lotta da secoli per il dominio della regione, l’atto finale si compì all’inizio del VII secolo. Una grande campagna condotta dalla Persia mise a dura prova la tenuta di Bisanzio: le truppe di Cosroe II nel 614 irruppero in tutta l’area della Siria Palestina, devastando tutto ciò che trovarono sui loro passi e arrivarono fin quasi alle porte di Costantinopoli. Nel 628 l’imperatore bizantino Eraclio restituì il favore. Questi immensi sforzi bellici lasciarono esausti i due grandi imperi dal punto di vista militare e finanziario. L’impegno economico per finanziare le campagne militari non solo esaurì le casse del rispettivo erario ma mise anche a durissima prova le popolazioni sottomesse, oberate da tasse esose (ricordiamo che la maggior parte degli eserciti era costituita da mercenari). La situazione inoltre era complicata dalle dispute teologiche all’interno dell’impero bizantino, dispute che non si limitavano al solo aspetto religioso ma implicavano pesanti discriminazioni sul piano politico. Gli eretici infatti erano normalmente confinati al limite dell’impero, in una specie di "limbo": appartenevano alla sfera della cristianità e dunque erano in qualche modo collegati e alleati con il centro, ma nello stesso tempo soffrivano in modo forte la discriminazione e l’oppressione.

Una parte importante per comprendere la futura storia dell’Islam l’ebbero due tribù arabe che fungevano da cuscinetto con la penisola arabica (benché la loro importanza sia stata probabilmente enfatizzata dagli storici): una ruotante nell’orbita di Bisanzio, situata a nord ovest della penisola - per intenderci, nell’attuale Giordania -, retta dalla dinastia dei Ghassanidi; l’altra ruotante nell’orbita persiana, situata a nord est, retta dal regno di H³ira, sotto la dinastia dei Lakhmidi. Notiamo e sottolineiamo che si trattava di tribù arabe convertite al cristianesimo, la prima a matrice monofisita, la seconda a matrice nestoriana. Esse funzionavano da filtro militare, religioso e culturale rispetto agli arabi della penisola e approfittavano dei traffici mercantili che le attraversavano. Quando partì la riscossa dei musulmani dall’Arabia, esse abbandonarono i loro antichi alleati per allinearsi rapidamente ai fratelli arabi "monoteisti".

L’estremo sud dell’Arabia, l’Arabia Felix dei romani, l’antico territorio mitico della regina di Saba, fu per secoli la regione più civilizzata, più prospera e avanzata. Nel periodo che ci interessa la sua importanza era di gran lunga diminuita a causa soprattutto dei dissidi e dei rapporti conflittuali con il regno monofisita dell’Etiopia, che di fatto saltuariamente esercitava un protettorato su tutta la regione. Anche la situazione economica si era deteriorata. La superiorità culturale e religiosa, nella successione di dinastie ebree e cristiane dominanti, si fece tuttavia sentire in modo forte in tutta la penisola araba.

L’Arabia centrale, desertica, era abitata prevalentemente da tribù nomadi beduine, dedite alla pastorizia, all’allevamento dei cammelli e dei cavalli e al commercio. Costituite da clan di tipo familiare, raggruppate attorno ad uno shaykh, creavano e scioglievano facilmente alleanze con altre tribù, alleanze che avevano un carattere di sacralità funzionale alla vita. La "razzia" era praticata normalmente (ed è perfettamente comprensibile), ma era in qualche modo regolata, creando un precario ma efficace sistema di equilibrio. Alle tribù nomadi e seminomadi si aggiungevano le tribù sedentarizzate nelle grandi oasi. Dedite soprattutto alla coltura delle palme da datteri, fungevano anche da punto di incontro e di smercio delle mercanzie dei nomadi, nonché da centro propulsore, a loro volta, di commercio.

La situazione religiosa era molto variegata. La presenza di ebrei al sud, nelle oasi del centro e soprattutto al nord è incontestabile, benché non sia ancora ben noto il loro periodo di insediamento. E non si trattava solamente di etnie ebree ma anche di arabi convertiti all’ebraismo. La presenza di cristiani è un fatto altrettanto incontrovertibile, soprattutto al sud (nella zona dell’attuale Yemen e nell’oasi di Najrân) e al nord (negli stati cuscinetto di cui abbiamo parlato prima), anche se si trattava sempre di frange ereticali rispetto alla grande chiesa ortodossa di Bisanzio. Non è tuttavia improbabile la presenza di gruppi di cristiani sparsi anche al centro o di commercianti che approfittavano delle fiere arabe. C’è infine l’ipotesi di singoli individui che professavano il monoteismo (quella forma che verrà chiamata hanîfiyya) non si sa bene se in qualche modo legato all’ebraismo o al cristianesimo oppure "indipendente".

3. Il percorso di Muhammad

In questa particolare situazione, nasce Muhammad il Profeta dell’Islam. Ce ne parlano un poco il Corano e la Sunna. La principale fonte "storica" rimane tuttavia la Sîra di Ibn Ish³âq, come ce la tramanda Ibn Ishâm.

a) La sua condizione prima della rivelazione.

Muhammad nacque alla Mecca verso l’anno 570 nella tribù dei Banû Hâshim, un ramo di poco peso della potente tribù dei Quraysh. Ebbe un’infanzia tribolata: il padre ‘Abd Allâh morì prima della nascita del piccolo. La madre morì quando egli aveva sei anni. Si prese cura di lui il nonno ‘Abd al-Muttalib e, alla morte anche di questi, due anni dopo, lo zio Abû Tâlib, che avviò il nipote al commercio, secondo la tradizione affermata di tutta la tribù.

Muhammad incominciò dunque a viaggiare e a conoscere. Venne a contatto con le grandi civiltà del Medio Oriente, sperimentando, anche dal punto di vista religioso, forme di vita più ricche di quelle che poteva vedere alla Mecca. Da quanto risulta dal Corano e in parte anche dalla Sunna, non solo conobbe meglio lo zoroastrismo persiano ma soprattutto il giudaismo e la vita dei monaci cristiani.

La svolta nella sua vita giunse con il matrimonio. Si sposò all’età di circa venticinque anni con una ricca vedova, più anziana di lui di circa quindici anni, di nome Khadîja. A questa donna egli rimase fedele e devoto fino alla morte di lei nel 619. Il matrimonio permise a Muhammad una certa indipendenza economica, la possibilità di organizzare in proprio delle carovane e anche di prendersi del tempo per sé. Fece in tempo ad avere più figli, anche maschi, che però morirono tutti in tenerissima età. Gli sopravvisse, nel tempo e nella fama, la figlia Fâtima, che andrà poi in sposa al cugino ‘Alî, dal quale prenderanno avvio gli sci‘iti.

Il suo temperamento era serio, responsabile, abile nelle trattative commerciali e nei rapporti con la gente; ma anche inquieto, curioso, profondo, perennemente insoddisfatto. La vita del commercio non lo appagava totalmente. Era insoddisfatto soprattutto per l’ingiustizia sociale che regnava nel suo ambiente e per l’idolatria rozza della società araba, che non si poteva paragonare alla grandezza e alla purezza del monoteismo con cui era venuto a contatto. Ricordiamo che anche nell’ambiente arabo c’erano dei "monoteisti" (hanîf); non si sa bene se convertiti al giudaismo o al cristianesimo oppure "indipendenti".

Muhammad cominciò a praticare forme di isolamento, di meditazione e di preghiera. Si ritirava costantemente in una grotta non lontano dalla Mecca. E fu durante una notte di veglia in questa grotta che ebbe la prima Rivelazione verso il 610 o il 612. Quella notte del mese di Ramadan venne chiamata poi la "notte del destino". Il contenuto di questa prima Rivelazione, secondo il hadîth, viene identificato con Cor 96,1-5.

b) Il periodo meccano dopo la Rivelazione.

Si distinguono piuttosto nettamente due grandi periodi nella vita di Muhammad e di conseguenza anche nella composizione del Corano: il periodo meccano, che dura fino al 622, e il periodo medinese, che abbraccia gli ultimi dieci anni di vita del Profeta, che si spense infatti nel 632. Inoltre, gli orientalisti suddividono ulteriormente il periodo meccano in tre parti, rispecchiate ancora una volta nel Corano, che vanno grosso modo dal 610 al 615 (= I periodo, Mk I), dal 615 al 619 (= II periodo, Mk II) e dal 619 al 622 (= III periodo, Mk III). Queste suddivisioni corrispondono ad altrettante situazioni di vita del Profeta. La successione dei periodi è importante per la comprensione della biografia del fondatore dell’Islam, per la comprensione dello sviluppo del messaggio coranico, per conoscere con una certa precisione i destinatari del messaggio coranico e infine per la questione giuridica dell""abrogante-abrogato".

b1. Mk I (610-615). La vocazione fu un trauma psicologico per Muhammad, che trovò rifugio e comprensione nella moglie e, sembra, in un hanîf, Waraqa b. Nawfal, che avrebbe riconosciuto nella sua Rivelazione i germi dell’autenticità. Le rivelazioni si interruppero bruscamente per un paio di anni e questo creò ulteriore turbamento nel futuro Profeta. Quando le rivelazioni ricominciarono, Muhammad prese via via più confidenza sia in sé stesso che nella Rivelazione, tanto più che alcune persone, tra le quali Abû Bakr, il futuro primo califfo, cominciarono a dargli fiducia. La vita del Profeta dell’Islam si fonde e si confonde da questo momento in poi con la "discesa" del Corano. Questa "discesa" (tanzîl), infatti, avviene "secondo le occasioni", cioè secondo le vicende che via via si presentano al suo intermediario umano.

Le prime "sure" (o capitoli) del futuro Libro sacro sono animate da un forte spirito apocalittico e minacciano il giudizio imminente di Dio contro l’ingiustizia sociale e contro l’idolatria. La risurrezione dei morti, che escono stupiti dai loro sepolcri, segue la fine del mondo. I meccani si rifiutano di crederci e il Corano porta loro le prove o segni della creazione dell’uomo a partire da una goccia di sperma e della pioggia che fa rinverdire il deserto. Il giudizio finale sarà fatto secondo le opere di ciascuno e due dimore, il paradiso e l’inferno, sono preparate per accogliere i giusti e gli ingiusti. La descrizione delle due dimore è una trasposizione delle gioie e delle pene terrene.

Muhammad è assolutamente convinto di aver ricevuto una Rivelazione e una missione (cf 53,1-18; 81,15-24; cf 69,45-46). Il "segno" è dato dalla sua stessa convinzione. Ribadisce la funzione del profeta: proclamare ciò che Dio gli ha rivelato, raccontare i benefici di Dio, ricordare all’uomo ciò che non avrebbe mai dovuto dimenticare, annunciare ai giusti la "buona novella" (bashshara) della loro ricompensa e avvertire (andhara) gli empi del castigo che li attende. Il profeta non è che un semplice "avvertitore" (79,45; cf 53,56; ecc.) che lascia l’uomo di fronte alle sue responsabilità.

Muhammad non intendeva ancora fondare una nuova religione ma piuttosto riformare la religione dei meccani nel senso del monoteismo originale e biblico (cf il famoso episodio dei versetti satanici, 53,19-20). Qualcuno gli credette ma la maggior parte dei suoi concittadini, soprattutto dei Quraysh, lo trattò da pazzo invasato e da sovvertitore dell’ordine pubblico. La sua predicazione contro l’ingiustizia sociale metteva in crisi i privilegi dei potenti commercianti e l’invettiva contro il politeismo toccava gli interessi della città della Mecca, che anche di questi dei si serviva per attirare nuove tribù nella città. Cominciò quindi una vera persecuzione contro Muhammad e i suoi primi seguaci (una trentina in tutto), anche se gli effetti di tale persecuzione sono stati ingranditi dall’agiografia successiva. Questo fatto spiega però la probabile migrazione, verso il 615, di alcuni dei primi musulmani in Etiopia, un regno cristiano, dove sembra che siano stati bene accolti. Ciò confermerebbe che per Muhammad all’inizio i cristiani erano ritenuti fratelli e che non era ancora sorta l’ostilità che si manifesterà in seguito.

b2. Mk II (615-619). In questo periodo la predicazione di Muhammad conosce un certo successo ma nello stesso tempo c’è anche una recrudescenza dell’opposizione. Nel 616 i Quraysh fanno affiggere al muro della Ka‘ba un proclama che mette al bando la piccola comunità dei musulmani: proibizione di relazioni commerciali con loro e proibizione dei matrimoni con loro. Il decreto è grave, ma gli Hashemiti con in testa Abû Tâlib si schierano dalla parte di Muhammad. Nel 618 la conversione di due grandi personalità, Hamza, zio del profeta e celebre guerriero e ‘Umar, il futuro secondo califfo, segnano una svolta: i musulmani vanno guadagnando fiducia nella società meccana. Nel 619 viene revocato il bando proclamato nel 616: vittoria morale per Muhammad e per i suoi seguaci.

Le relative calma e sicurezza godute dal profeta si riflettono anche nel Corano. Dal punto di vista religioso (e anche stilistico) questo è il periodo più fecondo e più pieno. Il dato di maggior rilievo riguarda i racconti dei profeti che hanno preceduto l’Inviato dell’Islam. In qualche modo Muhammad si sente l’erede e il continuatore dei grandi profeti biblici (chiamati non a caso nabî) e dei messaggeri conosciuti dalla tradizione araba (chiamati rasûl). Egli non fa che ripetere il loro messaggio, che rimane unico per tutti e che richiama l’unicità di Dio e la sottomissione al suo volere. Le persecuzioni a cui essi furono sottoposti da parte del loro popolo sono le stesse che lo stesso Muhammad subisce dai suoi concittadini. Ma il castigo in cui è incorso il medesimo popolo si abbatterà anche sui meccani che non vogliono accettare la sua predicazione. Tre di questi profeti emergono in modo particolare: Abramo, in quanto fu il primo a separarsi dagli idoli (21,51-70); accolse i misteriosi personaggi che vennero ad annunciargli la nascita del figlio e il castigo del popolo di Lot (15,49-60); fu il padre della linea profetica (51,24-37) e dell’atteggiamento di totale sottomissione (Islam) al volere di Dio che gli chiedeva di sacrificare il figlio (37,99-113). Mosè, inviato al faraone con grandi prodigi e che fu il confidente di Dio al Sinai (20,9-114). Gesù, annunciato dallo "spirito di Dio" (angelo) alla vergine Maria, è nato miracolosamente, ha predicato il monoteismo, profeta senza essere figlio di Dio e segno dell’Ora quando ritornerà (19,16-37; 43,57-65).

Muhammad dunque è l’erede di tali profeti: predica il medesimo messaggio, ma in arabo chiaro (20,113) per gli abitanti della Mecca. Questi non possono accampare scuse.

b3. Mk III (619-622). E’ un periodo assai difficile per il Profeta e infatti si concluderà con la sua "migrazione" (hijra = egira) a Medina. Il 619 è l’anno più duro: muoiono sia Khadîja, la moglie, che lo zio Abû Tâlib, che lo aveva protetto. Alla testa del clan viene posto un mortale nemico di Muhammad, Abû Lahab. L’opposizione diventa più generalizzata e alcuni dei circa 200 fedeli lasciano il Profeta. Egli tenta di espandere il messaggio nelle vicinanze e si reca a predicare a Tâ’if, la città estiva della Mecca. Ma l’iniziativa si rivela un insuccesso. Lo stesso anno viene posta anche la discussa visione dell’isr⒠e del mi‘râj (cf 17,1; 53,1-18), cioè del viaggio notturno e dell’ascensione al cielo da Gerusalemme.

In queste condizioni, Muhammad pensa di rifugiarsi provvisoriamente altrove. L’occasione si presenta l’anno successivo quando, in occasione del pellegrinaggio pagano alla Ka‘ba, sei arabi di Yathrib (= Medina) credono al Corano e invitano il Profeta presso di loro. Si danno appuntamento per l’anno successivo. Nel 621 essi diventano dodici. A ‘Aqaba, una collina a est della Mecca, ha luogo un primo giuramento: Muhammad sarà il capo degli arabi di Yathrib che si convertiranno e lo sosterranno. Infine, al pellegrinaggio del 622, una nuova delegazione di abitanti di Yathrib, 72 di cui due donne, concludono il secondo giuramento di ‘Aqaba, l’alleanza di guerra: essi obbediranno a Muhammad e combatteranno per lui. La partenza per l’egira verso Yathrib-Medina avviene il 20 settembre 622.

Il clima delle sure del periodo è triste e duro. Non per nulla viene accentuato il tema dell’onnipotenza di Dio, la sola che può aprire i cuori al messaggio coranico. I meccani sono inescusabili, eppure la predicazione coranica è solo la conferma dei messaggi precedenti, non è affatto un’innovazione. Due novità di rilievo appaiono: il patto pre-eterno (mîthâq) concluso da Dio con tutta l’umanità (7,172-173), per cui l’uomo è monoteista ancor prima di nascere; il legame stabilito tra Abramo e la Mecca (14,35-37), un dato che sarà ripreso e accentuato a Medina. Il tema accennato dell’onnipotenza di Dio ha importanti conseguenze, non ben precisate a livello coranico: da una parte si sottolinea che Dio fa tutto (e quindi è lui che fa aderire o no al Corano) dall’altra parte si sottolinea con altrettanta forza che gli uomini sono liberi di scegliere la strada della loro salvezza e per questo non hanno scuse per il loro rifiuto della predicazione del Profeta.

c) Il periodo medinese (622-632).

E’ il periodo più importante in assoluto per la nascita dell’Islam in quanto comunità unita al suo Profeta. E’ anche il periodo in cui giunge a maturazione la lenta marcia di autoaffermazione di Muhammad, che diventa via via più sicuro di sé e delle sue scelte e acquista una vera e propria autorità: non solo religiosa ma anche civile e politica.

Alla fine del 622 Muhammad arriva a Yathrib (oasi a circa 300 Km a nord della Mecca, essa cambierà il suo nome proprio in epoca musulmana diventando la "città del Profeta", madînat al-nabî). L’oasi-città ha circa 10.000 abitanti, suddivisi in cinque tribù: due arabe (Aws e Khazraj) e tre ebree (Banû Qurayza, Banû Nadîr, Banû Qaynuqâ‘). Muhammad si stabilisce nella nuova città come arbitro delle due tribù arabe, perennemente in lotta tra loro. La sua casa diventerà anche la prima moschea.

Dopo che egli si fu installato a Medina, i rapporti di forze si suddividono in questo modo.

a) Muhammad e la sua famiglia, all’inizio composta solamente dalle sue quattro figlie, da una vedova già attempata, che aveva sposato nel 620 per allevare le figlie, da ‘A’isha, figlia di Abû Bakr, che è sua fidanzata dal 620 e che sposerà otto mesi dopo l’egira, quando essa aveva 12 anni. Alla famiglia si aggiungerà poi il cugino ‘Alî, quando sposerà Fâtima, figlia del Profeta.

b) Gli emigrati (al-muhâjirûn), i musulmani della Mecca, che progressivamente raggiungono il Profeta a Medina, accolti dagli abitanti a condizione che lavorino. Questi saranno sempre i più fedeli seguaci di Muhammad. Loro capi sono Abû Bakr e ‘Umar.

c) Gli ausiliari (ansâr), le due tribù arabe che si erano impegnate a soccorrere e ad accogliere il Profeta a Medina. Non tutti i membri delle tribù vedono di buon occhio il ruolo di Muhammad. Alcuni si convertono solo superficialmente e tramano in segreto contro di lui. Il Corano li chiama "ipocriti" (al-munâfiqûn).

d) Le tribù ebree sono in buoni rapporti all’inizio con Muhammad, ben contento di ritrovarsi con un gruppo di monoteisti, ai quali si sentiva affine. Si arriva tra le due parti a un "trattato di autonomia interna", secondo il quale il Profeta accetta di mettere sullo stesso piano gli ebrei e però di non farsi chiamare né nabîrasûl. I rapporti diventeranno ben presto molto tesi.

Gli inizi della "Comunità musulmana" a Medina sono molto difficili, soprattutto per gli emigrati, che avevano lasciato tutto alla Mecca. Anche per questo motivo, per impedire defezioni, Muhammad lancia una serie di almeno 19 razzie nei dieci anni di Medina contro le ricche carovane di meccani: un modo per sfamare i suoi fedeli. Una serie di eventi rinsalderà i legami della nascente comunità e porterà progressivamente alla conquista della stessa Mecca.

Nel dicembre 623 un gruppo di musulmani tende un’imboscata ai meccani nell’oasi di Nakhla. Per la prima volta un meccano viene ucciso e per di più durante uno dei mesi sacri, nei quali era proibito versare sangue. La situazione si fa tesa, anche tra gli stessi musulmani. Una appropriata rivelazione stabilisce che "la tentazione (di abbandonare l’Islam) è più grave dell’omicidio" (2,217).

Nel marzo 624 i musulmani tendono un’imboscata ai meccani. Questi chiedono aiuto alla Mecca, che manda circa 1000 guerrieri. Sono intercettati e sconfitti da 300 musulmani a Badr. L’eco di questa vittoria, celebrata come una vittoria di Dio sugli infedeli, sarà enorme (8,5-18). La vittoria prova la verità della rivelazione coranica. La conseguenza sarà una serie di alleanze di Muhammad con le tribù vicine e la cacciata di una tribù ebrea di Medina, i Banû Qaynuqâ‘, accusata di aver collaborato con il nemico.

Nel marzo 625 una spedizione di circa 3000 meccani decide di farla finita con i musulmani e si dirige contro Medina. Invece di seguire l’ordine del Profeta di barricarsi dentro la città, i musulmani scendono in campo aperto, a Uhud, e sono disastrosamente sconfitti: lo stesso Muhammad è ferito e lasciato sul terreno come morto. I meccani non sfruttano la vittoria e tornano a casa. Muhammad raduna i suoi e, ritornato a Medina, espelle una seconda tribù ebrea, i Banû Nadîr, ne confisca i beni e li distribuisce agli emigrati (59,1-8). La sconfitta non inficia la verità della rivelazione, perché causata dalla disobbedienza al Profeta (3,152).

Nell’aprile 627 un’altra grossa spedizione di meccani arriva a Medina. Muhammad fa scavare attorno alla città un modesto fossato (di qui l’episodio venne chiamato guerra del fossato) che blocca gli assedianti. Una serie di astute manovre diplomatiche del Profeta e di disavventure fa in modo che i meccani tolgano l’assedio. Il fatto è celebrato come una grande vittoria. Muhammad fa i conti con l’ultima tribù ebrea rimasta, i Banû Qurayza, accusata di aver aiutato il nemico. Posti davanti al dilemma di convertirsi all’Islam o di essere passati per le armi, solo quattro ebrei accettano la conversione, gli altri sono tutti decapitati; le donne e i bambini vengono fatti schiavi (33,26).

Nel marzo 628 lo stesso Muhammad prende l’iniziativa e si dirige verso la Mecca per compiere il "piccolo pellegrinaggio" (‘umra). I meccani glielo impediscono. Egli si accampa vicino, a Hudaybiyya, e fa prestare ai suoi Compagni un ulteriore giuramento, in base al quale essi avrebbero dovuto seguire esattamente i suoi ordini. Poi inizia delle trattative con i meccani, rinunciando al suo titolo di Profeta e accettando per dieci anni delle condizioni a prima vista umilianti: ritornare a Medina senza fare per quell’anno la sua ‘umra e soprattutto respingere ogni meccano che avesse voluto farsi musulmano. L’apparente sconfitta in realtà è una vittoria diplomatica, perché in questo modo e per la prima volta Muhammad è accettato dai meccani come interlocutore con cui poter stabilire un patto. Di ritorno a Medina si lancia alla conquista delle ricche oasi ebree a nord dell’oasi. Permette agli ebrei di continuare ad abitarle e a coltivarle, pagando però un tributo annuale, che va ai musulmani.

Nel marzo 629 Muhammad ritorna alla Mecca per un’altra ‘umra secondo gli accordi di Hudaybiyya. Con 2000 Compagni Muhammad può entrare alla Mecca svuotata dei suoi abitanti. Due futuri grandi generali, ‘Amr b. al-‘Âs e Khâlid b. al-Walîd, si convertono all’Islam. Un tentativo, nel settembre 629, di conquistare militarmente il nord dell’Arabia fallisce.

Gennaio 630. Presa della Mecca. Con un pretesto, Muhammad rompe l’accordo di Hudaybiyya e marcia sulla Mecca. Abû Sufyân, capo dei moderati, ottiene la resa pacifica dei meccani. Muhammad entra alla Mecca, distrugge gli idoli della Ka‘ba e accetta la conversione in massa dei meccani (cf sura 110). Solo alcuni irriducibili sono messi a morte. Nel febbraio dello stesso anno, un’armata guidata dallo stesso Muhammad contro Ta’if fallisce ma viene riportato un grosso bottino di guerra. Lo stesso anno viene chiamato anche l’anno delle delegazioni, perché un gran numero di tribù beduine fa atto di sottomissione (Islam), ma di fatto la loro fede è legata solamente ad interessi politici ed economici. Muhammad, che se n’era accorto, distingue tra Islam ( che può essere anche sottomissione ad un uomo) e îmân (fede come sottomissione all’unico Dio) (49,14; cf 9,97-99). Nel dicembre 630 un nuovo tentativo di conquista del nord dell’Arabia si conclude con un nulla di fatto.

Marzo 631. Primo hajj. Condotto da Abû Bakr, si svolge il primo pellegrinaggio ufficiale dei musulmani di Medina alla Ka‘ba. Muhammad resta a casa ma durante il pellegrinaggio viene proclamata la sura 9,1-5, rivelata a Medina: i musulmani si distinguono ormai nettamente dagli arabi idolatri. Conversione o morte.

Gennaio 632. Mubâhala di Medina. Una delegazione di cristiani dell’oasi di Najrân, posta a sud della penisola arabica, viene a visitare Muhammad per prendere informazioni sulla nuova religione. Sono 70 membri guidati da alcune autorità e, sembra, anche da un vescovo. Sono accolti favorevolmente. Ma inizia naturalmente una disputa sulle rispettive religioni. Siccome non riescono a venirne a capo, Muhammad propone un’ordalia (mubâhala) rifiutata dai cristiani (3,61). Essi ripartono per Najrân con un accordo (patto di Najrân): pagheranno un tributo annuale e rinunceranno all’usura in cambio della "protezione" (dhimma) del Profeta, che garantirà le loro persone, i loro beni, il loro culto, il riconoscimento della loro gerarchia, senza decima né servizio militare o fornitura di uomini armati. E’ questo il primo modello dello statuto dei dhimmî (= protetti) più tardi imitato e precisato.

Marzo 632. Pellegrinaggio dell’addio, condotto dallo stesso Muhammad: primo e unico pellegrinaggio a cui abbia partecipato da musulmano, provenendo da Medina. I suoi gesti e i suoi riti diventarono sunna. Durante il pellegrinaggio pronunciò il suo discorso d’addio (5,3). Di ritorno a Medina tentò una nuova spedizione verso il nord, ma cadde malato e morì l’otto giugno 632 tra le braccia di ‘Â’isha.

Dal punto di vista coranico.

a) Il periodo medinese rappresenta lo stadio finale e definitivo della dottrina in generale. Secondo la legge dell’abrogante-abrogato (che però è materia squisitamente giuridica, conosciuta da pochi; i versetti abrogati rimangono nel testo) giungono a maturazione alcune decisioni, per es. la proibizione delle bevande fermentate (2,219; ecc.) e la prassi verso la "gente del libro" (ahl al-kitâb).

b) A Medina l’Islam diventa religione indipendente anche dalla "gente del libro".

c) A Medina avviene il cambiamento più importante dal punto di vista della rivelazione. Mentre il messaggio meccano è essenzialmente "religioso" e si oppone al modo di vivere della società contemporanea, quello medinese "fonda" una comunità e quindi riguarda aspetti organizzativi e giuridici. L’Islam non è più una religione (dîn) ma religione e stato (dîn wa-dawla) e in seguito diventerà in taluni casi anche religione dello stato (dîn al-dawla). Tuttavia non bisogna accentuare troppo l’aspetto della religione che diventa politica: ci sono dei versetti che sono tra i più belli in assoluto dal punto di vista religioso: cf 2,255 "versetto del trono"; 24,35 "versetto della luce"; 2,177 "versetto della vera pietà"; ecc. Si dovrà pensare piuttosto che in questo periodo il senso religioso profondo tende ad "informare" tutta la società.

Alcuni contenuti di maggior rilievo. Abramo diventa, con Ismaele, il fondatore della Mecca e della Ka‘ba con i suoi riti (2,125-127; 3,95-97; ecc.). E’ il fondatore della millat Ibrâhîm (religione come corpo sociale) (2,132-133) e ha annunciato Muhammad (2,128-129). Diventa quindi un "bel modello" (60,4) di puro monoteismo. Egli non è né ebreo né cristiano, perché precede ambedue le religioni, ma un puro hanîf (3,65-67) e quindi capostipite e modello dei veri musulmani.

Gesù: è uno dei profeti più grandi (33,7). Dio gli ha insegnato la Scrittura, la Sapienza, la Torah e il Vangelo (3,48) e gli ha insegnato a fare grandi miracoli (3,47-49; 5,110; 5,112-115). Egli è parola di Dio (kalimat Allâh) (3,39.45; 4,171) e spirito da Dio (ruh³ min-hu) (4,171) ma non è che un inviato, che mangia come sua madre e come tutti gli esseri umani (5,75). La sua nascita miracolosa da una vergine non è superiore alla nascita di Adamo (3,59). Ha annunciato la venuta di Muh³ammad (61,6). Non è stato crocifisso ma Dio l’ha innalzato presso di lui (4,157-158).

Muhammad: l’aspetto più importante riguarda il fatto che egli si percepisce come "sigillo dei profeti (33,40).

d) Nascita e caratteristiche della umma Islamiyya.

La comunità di Medina (cui si aggiungerà il periodo dei califfi râshidûn) è e rimane la comunità ideale per i musulmani. Periodo della formazione ma anche della pienezza: una comunità unita che vive strettamente legata al suo Profeta.

Le principali caratteristiche.

1) L’Islam in essa è percepito come religione distinta, completa e definitiva. Essa vive un monoteismo assoluto e puro, concepito come fede naturale di ogni uomo (30,30), richiamato da tutte le Scritture ma in definitiva dal Corano, predicato da Muhammad, uomo mortale ma erede e sigillo di ogni profeta. L’Islam dunque è la sola vera religione (61,9), la sola vera guida (3,73), la sola vera comunità religiosa (3,19), la milla di Abramo. E’ il "partito di Dio" (hizb Allâh) (5,56) che vince contro il partito del demonio. La migliore comunità che Dio abbia creato (3,110), l’ultima e la più perfetta (5,5).

2) L’Islam è uno stato religioso. Nasce attorno al Profeta in maniera autonoma e poi, spinto dalla necessità, si organizza in embrione di stato, con leggi, giustizia, imposte, capi militari. Il Corano diventa principio di organizzazione della città terrena. La comunità musulmana, lo stato musulmano e il legame spirituale-temporale sono sacralizzati dalla rivelazione coranica. I vincoli di fraternità che uniscono la comunità e la cementano in maniera strettissima non sono più quelli del sangue e della tribù ma della fede.

e) Valutazioni sulla figura di Muhammad.

Non è facile tracciare una valutazione oggettiva della figura del Profeta, dato il suo carattere poliedrico e dato anche il peso delle tradizioni e delle interpretazioni a suo riguardo: si passa dalla visione di Muhammad come "uomo perfetto" (al-insân al-kâmil) portatore della "luce" divina (nûr muhammadî) secondo le tradizioni musulmane, all’eresiarca dantesco confinato nel fondo dell’inferno secondo alcune interpretazioni cristiane, fino allo psicopatico megalomane di alcune teorie psicologiche moderne.

Alcune valutazioni.

1) Muhammad era soggettivamente certo della sua vocazione profetica.

2) Svolse un ruolo fondamentale nella purificazione religiosa degli arabi del suo tempo, conducendoli dall’animismo al monoteismo.

3) Era profondamente convinto della bontà della sua missione, tra gli arabi prima e tra i popoli in seguito.

4) Era convinto che il suo monoteismo fosse lo stesso di quello degli ebrei e dei cristiani. Quando dovette constatare che non era così, si convinse anche della diversità del suo messaggio, che però pensò sempre come l’unico "originario".

5) Ribadì in ogni occasione che egli era e rimaneva solamente un "profeta", quindi un uomo e nient’altro che un uomo, benché "sigillo" dei profeti (anch’essi solo uomini).

6) Fu convinto che il suo messaggio religioso doveva abbracciare tutti gli ambiti della vita umana: individuali e sociali. Per questo divenne legislatore, giudice, capo politico e comandante militare, imprimendo indelebilmente questo marchio all’Islam. Un profeta vero è sempre vincente, perché Dio che lo manda è vincente. Così la religione e il popolo che la pratica. La vittoria, anche militare, diventa il "segno" della bontà della dottrina.

7) Gli viene rimproverata, dal punto di vista umano, una sensualità sfrenata (a Medina ebbe contemporaneamente una dozzina di mogli). Forse, nel suo contesto, non si dovrebbe interpretare questo fatto in maniera troppo negativa.

8) Il paragone tra Muhammad e Gesù (sia da parte dei cristiani che da parte dei musulmani) è improponibile. Anzi, diventerebbe fuorviante.

4. Il primo periodo dopo la morte di Muhammad

Alcune tradizioni riportano che durante l’agonia Muhammad avrebbe chiesto di scrivere le sue ultime volontà e che ‘Umar si sarebbe opposto assicurando che ai musulmani bastava il Corano. La morte di Muhammad prende alla sprovvista la comunità: ‘Umar rifiuta di crederci e Abû Bakr deve ricordargli che ogni profeta è un uomo mortale (3,144). Mentre il Profeta morto viene sepolto subito e quasi in incognito dai suoi nella casa di ‘Â’isha, i dissensi cominciano immediatamente. Le forze in campo in questo momento indicano delle tendenze che determineranno anche la storia futura dell’Islam.

‘Alî si crede l’erede naturale in quanto della famiglia del Profeta a più titoli: della tribù dei Banû Hâshim, cugino e genero attraverso Fâtima, che gli aveva dato due figli, Hasan e Husayn. Da questo nucleo famigliare prenderanno avvio gli sciiti. Uno zio del Profeta, ‘Abbâs, è il capostipite della dinastia che comincerà a regnare a Baghdâd più di un secolo dopo.

Gli emigrati (muhâjirûn) con Abû Bakr e ‘Umar reclamano la priorità nella fede musulmana e la più antica fedeltà al Profeta. Sia Abû Bakr che ‘Umar sono suoceri di Muhammad, avendogli date in spose rispettivamente le figlie ‘Â’isha e Hafsa. Il secondo dei due, più energico e astuto, farà eleggere come primo califfo, cioè luogotenente del Profeta, Abû Bakr. Gli ausiliari (ansâr) di Medina, che rivendicano il loro ruolo nella città di accoglienza e la purezza delle tradizioni (sunna) sulla vita del Profeta, si alleano con gli emigrati e danno origine al nucleo religioso primitivo dell’Islam sunnita.

I patrizi meccani appena convertiti, con Abû Sufyân e ‘Uthmân, mettono avanti i diritti della città e della società della Mecca. Appartengono soprattutto al clan dei Banû Umayya e mirano a ricuperare il loro potere tribale attraverso Muhammad. Guidati da Abû Sufyân e da suo figlio Mu‘âwiya saranno i fondatori del califfato omayyade a Damasco trent’anni dopo. ‘Uthmân, uno dei primi convertiti, sarà la loro testa di ponte nell’equilibrio dei poteri e diventerà il terzo califfo.

Il periodo che si apre immediatamente dopo la morte di Muhammad è chiamato il periodo dei quattro califfi rashîdûn, cioè "ben diretti" da Dio e avrà come centro Medina. E’ in questo periodo che giunge a compimento la stesura definitiva del ductus consonantico del Corano, che si tramandano le tradizioni del e sul Profeta per mezzo dei suoi "Compagni" e che si struttura la umma ormai orfana del suo fondatore.

I. I quattro califfi rashîdûn.

1. Abû Bakr governa solamente due anni (632-634). Deve subito far fronte a una rivolta (ridda) condita di apostasia da parte di numerose tribù beduine, che si erano staccate dall’Islam dopo la morte del Profeta. Ma deve combattere anche contro l’insorgere di due altri profeti, che predicano messaggi religiosi rivali: il profeta Musaylima (che proclama un corano nel nome del Rahmân) e la profetessa Sajâh. La repressione è molto dura e ci sono parecchie perdite anche tra i Compagni del Profeta, custodi e memorizzatori del Corano e delle tradizioni.

Non appena fu sedata la rivolta, cominciano le grandi conquiste (futûhât = aperture): nel 633 cade Hîra, capitale del regno dei Lakhmidi, che apre le porte della Mesopotamia; nel 634 una grande vittoria sui bizantini tra Gerusalemme e Gaza apre le porte della Palestina. Abû Bakr muore di morte naturale (l’unico tra i rashîdûn) nel 634.

2. Per cooptazione gli succede nel califfato ‘Umar (634-644), considerato quasi come un secondo fondatore dell’Islam per le sue capacità in tutti i campi. Le grandi conquiste toccano un vertice. Damasco viene espugnata nel 635 e la grande vittoria nella battaglia dello Yarmuk del 636 contro i bizantini consegna tutta la Siria-Palestina ai musulmani. La Mesopotamia è strappata ai Sassanidi persiani nel 636 con la battaglia di Qâdisiyya. Vengono fondate nel sud dell’attuale Iraq le due città di Kûfa e Basra, città di enorme importanza per l’attività intellettuale dell’Islam nei suoi primi due secoli. All’ovest viene conquistato in due anni tutto l’Egitto (640-642), dove il generale conquistatore ‘Amr b. al-‘s fonda, accanto al vecchio Cairo la città di Fustât.

‘Umar organizza per la prima volta tutte le strutture che finora erano mancate agli arabi che provenivano dal deserto e avevano a che fare solamente con situazioni tribali. Struttura la magistratura e la burocrazia (dîwân) imparando e servendosi delle organizzazioni degli stati conquistati, molto più avanzati da questo punto di vista. Comincia a sistemare anche la situazione giuridica della "gente del libro" (dhimma), con la tassa capitale loro imposta e la condizione sociologica di inferiorità. Muore assassinato a Medina da uno schiavo cristiano o zoroastriano.

3. Gli succede come terzo califfo ‘Uthmân, eletto da un consiglio ristretto (shûrâ) di sei membri. Uomo pio e debole, lascia spazio al suo invadente clan, che l’aveva "sponsorizzato" e pratica un nepotismo sfacciato. E’ così che Mu‘âwiya, figlio di Abû Sufyân e appartenente come ‘Uthmân al clan degli omayyadi, viene nominato governatore di Damasco e vi si installa. La cosa non passa inosservata e parecchie cospirazioni vengono organizzate contro gli omayyadi e contro il califfo, finché questi viene assassinato a Medina da un gruppo di rivoltosi egiziani. Questa è la prima volta nella breve storia dell’Islam che dei musulmani si uccidono tra loro e che uccidono addirittura il loro califfo. Fu un terribile shock per tutta la comunità musulmana che ne conserverà a lungo il ricordo amaro, chiamando il fatto "la grande prova-tentazione" (al-fitna al-kubrâ). Uno dei principali indiziati del complotto fu ‘Alî, che tenterà invano di discolparsene tutta la vita.

Sotto il califfato di ‘Uthmân continuarono le grandi conquiste in Asia Minore, in Armenia e dall’Egitto verso la Libia. Questo califfo ordinò che venisse messo per iscritto un Corano che fosse autentico e che fosse uguale per tutti.

4. Finalmente viene eletto califfo ‘Alî (656-661), sponsorizzato da coloro che avevano assassinato ‘Uthmân. Il "finalmente" si riferisce al fatto che già egli aveva subito e sentito come un’ingiustizia l’elezione del primo califfo Abû Bakr e aveva costituito sempre una fronda a sé nella comunità musulmana. Mu‘âwiya, governatore di Damasco, rifiuta di riconoscere ‘Alî come califfo. Due membri della shûrâ che aveva eletto il califfo precedente si rivoltano anch’essi contro di lui, spinti anche dalla grande e invadente nemica di ‘Alî, ‘Â’isha. ‘Alî marcia contro di loro, verso Basra, e li sconfigge nella famosa "battaglia del cammello" nel 656 (così chiamata perché la lotta più dura si era scatenata attorno al cammello su cui sedeva la stessa ‘Â’isha, che verrà fatta prigioniera e quando sarà liberata si ritirerà a Medina, senza più immischiarsi in questioni politiche). L’anno successivo si scatena la lotta per il califfato tra ‘Alî e Mu‘âwiya. All’inizio ha la meglio il primo. Ma allo scontro decisivo di Siffîn, i partigiani di Mu‘âwiya, secondo le tradizioni, innestano sulle loro lance degli esemplari del Corano e i partigiani pii di ‘Alî non combattono e quindi perdono il vantaggio acquisito.

Mu‘âwiya, scaltramente, convince l’avversario ad accettare un arbitrato da parte di persone di fiducia reciproca. Il rappresentante di ‘Alî stabilisce che nessuno dei due è degno del califfato. ‘Alî si rifiuta di accettare il verdetto. Mu‘âwiya ha buon giuoco nel trattare da spergiuro l’avversario e si fa proclamare a sua volta califfo nel 658.

La battaglia di Siffîn e l’arbitrato che ne seguì furono densi di conseguenze non solo immediatamente storiche ma anche teologiche e costituirono la base per le grandi divisioni dell’Islam che sussistono fino ad oggi. Una parte dei seguaci di ‘Alî gli rimproverarono di aver accettato un giudizio umano sulla validità del suo califfato e protestarono che il giudizio appartiene solamente a Dio (Cor 6,57). Perciò "uscirono" (verbo kharaja) dal suo partito e vennero chiamati Khârijiti (coloro che escono; pl. khawârij). Vennero pertanto combattuti e decimati a Nahrawân. Coloro che continuarono a seguire ‘Alî e a far parte del suo "partito" (shî‘a) diedero origine al movimento degli sciiti. Una parte infine si allineò ai partigiani di Mu‘âwiya e insieme costituiranno la parte più cospicua dell’Islam: i sunniti.

Nel 661 ‘Alî viene assassinato a Kûfâ da un khârijita. La sua tomba viene localizzata dalla tradizione a Najaf, in Iraq. Con lui termina il periodo dei califfi rashîdûn.

Mu‘âwiya si stabilisce come unico califfo a Damasco (quindi sposta il baricentro dell’Islam dalla nativa Arabia) e compie una delle prime grandi "innovazioni" (bid‘a) dell’Islam, trasformando il califfato da istituzione elettiva in dinastica. La dinastia omayyade non è ben vista dagli storici dell’Islam, che la considerano piuttosto alla stregua di una monarchia. Nei novant’anni in cui regnò su tutta la umma, le conquiste si succedettero a ritmo serrato sia all’est che all’ovest, fino a giungere in Francia con movimento aggirante dall’Africa settentrionale e dalla Spagna (nel 732 Carlo Martello ricacciò i musulmani oltre i Pirenei). Nel 750 cessa la dinastia degli omayyadi, sostituiti nel califfato dagli ‘Abbâsidi (750-1258), che si stabiliranno a Baghdâd. Un discendente degli omayyadi riesce a sfuggire alla morte e fonda a Cordova il regno omayyade di Spagna (756-1031).

 

 

II. L’attività religiosa

Mi limito in questo contesto solo ad alcuni spunti.

a) Viene completata la stesura consonantica del Corano.

b) Particolare venerazione viene riservata ai Compagni del Profeta, che ne avevano raccolto i detti e ne avevano osservato i comportamenti. Sarà il nucleo fondamentale delle raccolte di hadîth, il veicolo principale della sunna (naturalmente saranno riportate o sottolineate cose diverse dai sunniti e dagli sciiti).

c) Comincia ad essere abbozzato il fiqh, cioè il diritto musulmano, che avrà una parte immensa nella strutturazione della vita della umma. Per molti versi il diritto, con le quattro scuole interpretative che in seguito si formeranno (malikita, che privilegiava il hadîth; hanafita, che privilegiava l’opinione personale del giudice; shafi‘ita, che privilegiava l’ijmâ‘, cioè il consenso comunitario; hanbalita, la più stretta, fondata sul Corano e sulla sunna escludendo qualsiasi opinione personale) ha un’importanza per lo meno pari a quella della sunna, almeno nella vita pratica dei fedeli.

d) Soprattutto nascono in questo primissimo periodo le tre principali suddivisioni dell’Islam, che durano fino ai nostri giorni: i khârijiti, gli sciiti e i sunniti. Abbiamo già visto la situazione storica che è stata alla base del loro sorgere. Il problema non era solamente contingente e politico, ma aveva profonde implicazioni teologiche. Qual è il califfo legittimo secondo la rivelazione? Era degno di guidare la umma un califfo peccatore, come ad esempio ‘Alî, sospettato di essere uno degli assassini di ‘Uthmân o almeno il mandante, o un "innovatore" come Mu‘âwiya, che aveva trasformato il califfato in dinastia?

Qualche nota sommaria.

d1. I khârijiti. Partigiani di ‘Alî che si staccarono da lui perché aveva accettato un giudizio umano sul suo diritto al califfato. Furono sempre in lotta con lui e con i governanti successivi dell’Iraq fino al periodo Abbaside. Il loro radicalismo di fondo li spinse a suddividersi in innumerevoli sette, che presero a combattersi tra loro. Sono rimasti in piccolissimo numero, ma hanno influenzato intere culture con il loro pensiero (anche l’attuale Islam maghrebino risente delle loro posizioni dottrinali).

La loro dottrina è essenzialmente un rigorismo cultuale e morale. La fede esige le opere e ogni musulmano peccatore equivale ad un rinnegato apostata (murtadd). Per il culto esigono una purità rituale strettissima e una coscienza pura da ogni peccato. Per questo pregano e piangono per essere purificati dai loro peccati. Un altro tratto caratteristico dei khârijiti è il loro rigoroso egalitarismo nell’Islam tra arabi e non arabi. Ogni musulmano può essere califfo, a qualsiasi popolo appartenga, purché ne abbia le qualità essenziali dal punto di vista umano e religioso.

Ora il loro rigore si è di molto attenuato. La loro teologia risente molto del mu‘tazilismo.

d2) Gli shiiti. Sono il "partito" (shî‘a) di ‘Alî, formato all’inizio dagli arabi del sud poi raggiunti dai "pii" scandalizzati dal comportamento troppo profano degli omayyadi. Essi sono fedeli alla memoria dei "martiri" (‘Alî e il suo secondo figlio Husayn, assassinato a Kerbela nel 680), che celebrano con rappresentazioni e memorie suggestive e che influenzano profondamente il modo di intendere la militanza. Data la loro cronica difficoltà con i governi sunniti, hanno trasformato in principio dottrinale il permesso di nascondere la loro fede sciita (taqiyya). Sono fedeli inoltre alla linea genealogica di Muhammad (ahl al-bayt). Essi credono infatti che ‘Alî abbia ereditato (e quindi trasmesso ai suoi successori) dal Profeta attraverso Fâtima una parte della sua luce divina. Secondo il gruppo di appartenenza, essi credono che il settimo o dodicesimo successore di ‘Alî, che essi chiamano imâm, sia scomparso: si tratta dell’imâm nascosto, conosciuto solo da pochissimi, che si legano l’uno all’altro fino alla sua manifestazione gloriosa, quando finalmente saranno stabilite la pace e la giustizia.

Attualmente essi sono circa un decimo di tutto l’Islam. Le principali suddivisioni sono tra: a) sciiti "settimani", quelli che credono che l’imâm nascosto sia il settimo, Ismâ‘îl (da cui anche il nome di "ismailiti") e che si sono suddivisi poi in numerosi gruppi. Tra essi quelli più noti tra noi sono i Drusi, i Nizâriti dell’Agha Khân e gli ‘Alawiti di Siria. b) sciiti "duodecimani" (quelli dell’attuale Iran, per intenderci) che credono alla scomparsa del dodicesimo imâm, Muhammad al-Mahdî.

La loro teologia è molto ricca e impregnata di elementi filosofici neoplatonici, mistici, iraniani. Solo qualche cenno. Lo sciismo ruota attorno alla figura dell’imâm. E’ lui infatti che conosce il senso profondo (bâtin) della rivelazione coranica, dal momento che il suo senso ovvio (zâhir) non ha molta importanza e potrebbe essere contraddittorio. E’ quindi necessario che ci sia sempre una guida per comprendere e non essere fuorviati dai molteplici sensi che la rivelazione può avere: anch’essa infatti è nascosta sotto il velo delle parole. Una guida non solo per gli aspetti spirituali della vita ma anche per le scelte pratiche e ordinarie, sociali e politiche. Di fatto dunque l’imâm costituisce una vera e propria mediazione tra Dio e gli uomini, sconosciuta e aborrita invece dal sunnismo, per il quale la rivelazione è oggettivamente presente nei testi trasmessi.

d3) I sunniti. Costituiscono l’ortodossia musulmana e sono circa i nove decimi di tutto l’Islam. Prendono il nome dall’importanza da essi annessa alla tradizione, che accosta al dettato coranico il corpus dei detti del Profeta (h³adîth), i quali a loro volta riportano il comportamento del Profeta (sunnat al-nabî). In questo modo privilegiano gli aspetti oggettivi della Scrittura e della tradizione. Il sunnismo comincia con il murji‘ismo, cioè con il rifiuto di giudicare tra ‘Alî e Mu‘âwiya. I murji‘iti accettano il califfo di fatto (Mu‘âwiya) e "rimandano" (irjâ‘) il suo giudizio a Dio. Il musulmano peccatore infatti resta un credente. Egli sarà punito nell’al di là, ma qui bisogna obbedire al potere, anche se peccatore, per evitare il pericolo dell’anarchia. Essi rifiutano il potere costrittivo sia di Dio che dell’uomo.